Cripple Bastard – La Fine Cresce Da Dentro

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Ok… ci sono i Fleshgod Apocalypse, gli Absentia Lunae, gli Absu, i Bestial Vomit, ecc ecc… tutte band che dall’Italia (un paese da cui la maggior parte degli abitanti pensano non esca niente che non sia musica leggera) sparano fuori tutta la loro voglia di gridare e pestare forte attraverso le mille sfumature del metal. Ma nessuno, nessuno di quelli che ho nominato (e quelli che non ho nominato) riuscirà mai a eguagliare i grandi Cripple Bastard, band di Asti dedita al crust e al grindcore che dal lontano 1988 sputa odio su tutto e tutti, con testi spesso estremamente diretti, spesso estremamente criptici, quasi poetici negli ultimi dischi. A proposito degli ultimi dischi, nel 2018 è stato rilasciato “La Fine Cresce da Dentro”. Disco che mi ha colpito davvero tanto in quanto… diverso. Molto evoluto dai loro lavori soliti. Un disco che prima o poi doveva arrivare, dopo “Variante alla Morte”, “Frammenti di Vita” e “Nero in Metastasi”, questo non poteva che essere il più logico risultato.

L’album è decisamente più raffinato dei precedenti, ma questo non ne compromette la solidità, al contrario, se possibile quello che sentiamo è più completo, più compatto e allo stesso tempo di una potenza letale che non lascia scampo e non fa prigionieri. Il sound è stato arricchito da soluzioni melodiche sparse quà e là che donano della dinamica al lavoro nella sua interezza. Non più solo grindcore insomma, ma anche death metal, di quello fatto bene oltretutto. Come ogni disco dei Cripple che si rispetti, “La Fine…” non scende a compromessi e non si perde in intro superflue, “Suicidio Assistito” (prima traccia), “Non Coinvolto”, “Chiusura Forzata” e “Sguardo Neutro” ce ne danno una prova concreta. I testi sono nichilisti come loro solito e personalmente resto sempre molto stupito dalla complessità di questi. Sopra ho scritto che questo disco sembra molto diverso dai precedenti per diversi motivi, ma uno in particolare è la quantità di momenti che spiccano per l’intera durata dell’album, che possono essere anche un solo fraseggio di chitarra, ma che si erge sopra tutto il resto e questo porta a ricordarlo molto chiaramente, cosa che accade molto di rado nel grindcore.

“La Fine Cresce da Dentro” è un disco che va ascoltato più volte, occorre assorbire ogni dettaglio di ciò che contiene per poterne apprezzare le svariate sfaccettature. E lo consiglio a chi ha voglia di qualcosa che sia sì pesante e aggressivo, ma anche colorato (di sfumature del nero, del rosso e del grigio).

Detto questo vi lascio e alla prossima settimana.

 

Hell Brood

64861149_846489082417306_2977116130943959040_n.jpg64914141_370707033569272_690918362271711232_n.jpgSalve a tutti, oggi scrivo perché mi è stato segnalata una band interessante. Gli Hell Brood dalla provincia Pesarese sono autori di quel grindcore prettamente underground che a gente come me piace scoprire di tanto in tanto, esattamente come quando ho scoperto i Diorrhea e gli Tsubo. La band, nata nel 2010 pubblica il suo primo album nel 2013, “Lie Road”,a0006842279_16.jpg un disco adeguadatamente caotico da ben venti pezzi, venti chiodi di bara, estremamente affilati e caotici. Il disco in sé suona davvero bene e, a tratti ho percepito delle somiglianze nell’atmosfera a un disco conosciuto da pochi (purtroppo), “Created from No_Thing” dei Delirium X Tremens. Sparsi per il disco ci sono intermezzi di elettronica che donano al sound un carattere disturbato, malato direi quasi, da notare “Grind Brothers Tale”, pochi secondi che con poche parole e una musica rilassante fa pensare “aspetta, cosa ha appena detto”? In ogni caso il disco si fa ascoltare molto piacevolmente, senza problemi, senza generare nessun tipo di attrito nell’ascoltatore, anzi, non penso serva essere appassionati di grindcore per poterlo apprezzare a pieno, dato l’ascolto fila liscio, fluido e, in men che non si dica, si ha ascoltato un bellissimo disco di buona musica come piace a noi.

La band, dopo questo lavoro è costretta a fermarsi per un paio di anni, ma nel 2016 fanno ritorno, armati di un nuovo cantante e di materiale per un nuovo disco, nuovo disco che uscirà nel 2018 con il titolo “Logico Contorto”.a3380133910_16 Il sound, completamente stravolto, suona molto più old school e presenta influenze prettamente thrash e death (presente la svolta avuta dai Napalm Death con “Harmony Corruption”? circa la stessa storia), un cantato decisamente più folle (aiutato dal fatto che il cantante qui presente viene dalla scena black, e noi sappiamo quanto possano sembrare pazzi i cantanti black metal), che passa da growl cavernosi a scream da unghie strappate e strilli da manicomio (spettacolo n.d.a.). I testi sono tutti in italiano questa volta, non più in inglese e improntati su tematiche impegnate, riff di chitarra molto più precisi e distinti, una linea ritmica anch’essa molto più chiara di prima. Da notare che anche la lunghezza dei pezzi è cambiata, ora raggiungono quasi i tre minuti di lunghezza, un particolare notevole considerando che di grindcore si tratti. Un punto importante è sicuramente l’elemento memoria. Questo disco è composto da pezzi più memorabili, come “Louisiana”, “Tempi andati alle ortiche… Signor Preside” e “Se non son morti non li vogliamo”.

Nel 2019 esce uno split con i Subhuman Hordes, altra band grindcore italica, in cui sono presenti 3 dei pezzi migliori degli Hell Brood, tutti e tre da “Logico Contorto”.

Una band che consiglio di scoprire, con la giusta apertura mentale, dato che come sappiamo, questo non è un genere che tutti riescono ad ascoltare. Sinceramente, per come sono i miei gusti preferisco “Lie Road”, ma questo è mio gusto personale, “Logico Contorto” è di sicuro molto più maturo, ma tutto considerato è bene ascoltarli entrambi, dato che meritano moltissimo. Detto questo, lascio i link per ascoltarli direttamente e buona domenica a tutti.

 

https://hellbrood.bandcamp.com/album/logico-contorto-2018

https://hellbrood.bandcamp.com/album/lie-road-2013

Choosing Death

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In genere mi sono sempre tenuto lontano dai libri che trattano il tema della musica, indipendentemente da quale fosse il format, però devo dire di averne trovato finalmente uno davvero interessante e degno di esser letto. Choosing Death non è un’analisi, non è una lista di dischi fondamentali. Choosing Death è storia, raccontata da chi la storia l’ha vissuta e l’ha fatta. Ammetto che durante la lettura delle prime sessanta/settanta pagine ho iniziato a pensare che fosse più un libro per i fan di punk e hardcore, ma senza rendermene conto sono arrivato a leggere aneddoti raccontati direttamente da Mick Harris, Trey Azagthoth, Lee Dorrian e praticamente chiunque avesse avuto a che fare con il metal estremo dagli anni ’80 ad oggi. Non solo musicisti quindi, ma anche produttori, giornalisti (uno fra tutti appunto l’autore del libro Albert Mudrian), conduttori radiofonici… chiunque abbia vissuto almeno in parte la storia della nascita e dello sviluppo del metal estremo. Si tratta insomma di un’avventura alla scoperta di personaggi particolari, a volte anche bizzarri ed eccentrici, a volte dei semplicissimi ragazzini che avevano tanta voglia di dire la propria opinione, nell’unico modo che secondo loro era più adeguato. Questo libro ha anche un altro punto estremamente importante, i nomi delle band, io giuro, che nonostante la mia vasta conoscenza in questo campo, ho scoperto nomi che mi erano sfuggiti durante la mia formazione, quindi questo libro è utile anche a tal proposito. Forse l’unica nota negativa è che vengono citati aneddoti che potrebbero portare a riconsiderare il rispetto che si ha per un dato musicista. Perché sono stati giovani anche loro e, chi è che non ha mai combinato qualche guaio da giovane?

L’opera tratta da vicino le diverse fasi temporali dello sviluppo di questa musica, racconta di come Europa e USA abbiano dato alla luce due realtà molto differenti tra loro, che con il tempo si sono mescolate e si sono evolute grazie ad un sano scambio, un “dare e avere” che nel mondo della musica sta alla base dell’evoluzione stilistica di qualunque musicista. Ogni capitolo è pieno di dettagli storici che accrescono la completezza dell’opera, per non parlare poi delle foto storiche che contiene, gioiellini speciali di un’epoca ormai andata. Un dettaglio non indifferente è la menzione a più rimandi del cosiddetto “tape trading”, ossia il vecchio metodo con cui le band spargevano in giro il loro nome, scambiandosi le demo su nastro per posta e di mano in mano, in questo modo la loro musica arrivava ovunque, certo, non così velocemente come con internet, ma il senso era lo stesso, solo che c’era decisamente più impegno e più passione.

Come libro in sé per sé appare chiaro e conciso, senza perdersi e divagare mai, si fa leggere molto bene e velocemente. Quanti altri motivi servono per leggere questo lavoro?

Va detto che non è un libro molto facile da reperire nei negozi, ma se siete dei compratori online compulsivi lo potrete trovare facilmente su ogni piattaforma.

https://www.amazon.it/Choosing-death-Limprobabile-storia-grindcore

Anaal Nathrakh @ Alchemica Music Club

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Ieri sera ho fatto un giro a Bologna, non a caso ovviamente, c’era questo meraviglioso evento a cui assistere. Ma prima ho un aneddoto da raccontare: Prima del concerto io e la mia compagna siamo andati in una pizzeria, in cui ho stravolto la vita di due persone, la cameriera e la cassiera. Ero convintissimo che la maionese sulla pizza fosse strana fuori dall’Italia, invece scopro che è usanza solo della provincia di Pesaro. Entrambe mi hanno giudicato pazzo da legare nel momento in cui ho menzionato la maionese come guarnizione per la pizza… ma vabbeh, poco importa. Ciò che importa ora è fare un bel resoconto della serata.

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Il concerto è stato aperto dagli Stormcrow, band Black Metal di Milano, la loro proposta, a parer mio abbastanza associabile a Dark Funeral e Marduk ha fatto veramente un’ottima figura, il suono era pieno e compatto, ogni elemento era ben scandito e, nonostante ciò, il caos regnava, trasmesso da sonorità che hanno fatto storia nell’ambito di quel metal che nacque nelle terre gelate della norvegia. Ciò che mi ha colpito molto è stata la voce del cantante, era un rantolo infernale, prodotto dalle anime in pena a cui vengono strappate le unghie con le pinze. Ottima band davvero.

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A seguire sono stati i The Burning Dogma da Bologna ad alimentare la serata con il loro Death Metal pieno di atmosfera. Ovviamente sono stato piacevolmente sorpreso nel vedere che il microfono era tenuto da una ragazza (voglio più donne nel metal, ci sono troppi uomini n.d.a.) davvero energica e sopratutto dal grande carattere sul palco, faceva proprio la figura della sacerdotessa del male. Purtroppo la band ha avuto alcuni problemi tecnici (il brutto/bello della diretta), ma questo non ha affatto afflitto la performance dato che comunque quello che volevano comunicare ed esprimere l’hanno comunicato ed espresso con forza e gioia. Un’altra band che ho gradito moltissimo.

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Dopo un quarto d’ora scarso fanno il loro ingresso gli Anaal Nathrakh, band che non ha bisogno di nessuna presentazione, loro sono l’attuale realtà più innovativa ed espressiva del metal estremo (sono i Napalm Death dei nostri tempi), con il loro connubio di Industrial, Black Metal e Grindcore. Conoscevo già la natura delle loro performance live, ma vederli di persona, beh, sono veramente degli animali rabbiosi. Il loro è stato uno spettacolo violento, da rissa in un manicomio. Non hanno mai deluso le aspettative, regalando al pubblico perle quali “Forging Toward The Sunset”, “The Lucifer Effect” e “In The Constellation Of The Black Widow”. Ammetto che avrei tanto apprezzato una “Of Fire, And Fucking Pigs” o una “A Metaphor For The Dead” (che mi rende sempre fiero sentirla). Comunque oltre alla furia cieca che dimostrano sul palco, sono sopratutto dei tipi che sanno far ridere il pubblico grazie ad un umorismo… molto britannico.

Detto questo, vi lascio e vi saluto. Sopratutto prometto che mi impegnerò a fornire fotografie migliori in futuro, mi rendo conto che quelle caricate sono abominevoli.