Mess Excess – “From Another World Pt.1”

Negli ultimi giorni sono caduto parecchie volte nel baratro dell’indecisione, una sensazione terrificante che genera panico e a volte porta a minuti interi di arrovellamenti infiniti… mi domandavo: Cosa ascolto? Vi assicuro che non è una cosetta da niente, anzi. Questo tipo di problema si pone nel momento in cui ti sei creato un background culturale musicale troppo grande, davvero troppo grande, perché a un certo punto non si sa più cosa ascoltare. Si ha bisogno di roba nuova, ma dove la si trova la roba nuova? In teoria internet è una fonte inesauribile di informazioni, però a volte, può darsi che anche internet di dica “Oh, guarda non ho più nulla per te, mi dispiace…”. Ecco perché l’indecisione, ecco perché il panico.

Un giorno ho pensato di chiedere aiuto alle persone su facebook e, un tizio di nome Andrea Giarracco mi consiglia i Mess Excess, non li conoscevo, do un ascolto veloce, mi stupiscono all’istante, lo ricontatto, gli dico “Cavolo, sono forti questi quà!” e lui risponde: “Grazie mille. La mia band”. La voglia di scriverci qualcosa è cresciuta immediatamente. Quindi andiamo alle cose serie.

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Io sono da qualche anno un fan del progressive metal, ne adoro sopratutto il fatto che come genere musicale non presenti alcun limite, nessun confine, può pescare a piene mani da qualunque genere senza mai sembrare fuori posto, quando fai progressive metal puoi fare praticamente tutto proprio perché lo dice il termine stesso, è progressivo, ma non solo, è progressista. E questi Mess Excess seguono alla perfezione questa linea di pensiero. Non si preoccupano di cosa suonano, suonano e basta, suonano un progressive metal che spesso va a recuperare sonorità care sia ai Dream Theater per quanto riguarda il progressive più classico che ai Tristania e Madder Mortem per quanto riguarda le influenze goth. “From… pt.1” si presenta come un concept particolarmente storydriven, la trama tratta quelle storie da spionaggio sci-fi che io adoro. Si parla di un mondo in cui la popolazione si trova inconsapevolmente governata dalle società segrete (o almeno questo è ciò che ho carpito io), in mezzo a questo marasma viene compiuto un omicidio, giustificato comunicando che la vittima era un terrorista. Ma non siamo quì per parlare di questo, ciò che ci interessa è la musica. E quella è davvero molto bella e fatta a regola d’arte.

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Tolto il logo della band, che adoro, mi ricorda i loghi delle band thrash metal degli anni ’80, tipo i Toxic, Watchtower o gli Anthrax… l’album è piacevole da ascoltare e non annoia mai, tutte le soluzioni sono perfettamente collegate tra di loro e creano un tessuto sonoro che non crea mai attrito nell’ascoltatore. Potresti ascoltare l’album venti volte senza accorgertene, proprio perché è estremamente fluido, il cervello di chi ascolta inizia a percepirlo come suono ambiantale basilare già dai primi minuti di “Amazing Dystopia” (primo brano che compone questo piccolo grande lavoro). Ovvio che questo succede se lo si ascolta in qualità di sottofondo musicale per le faccende domestiche, ma se ci si mette ad ascoltarlo con attenzione si possono cogliere tutte le soluzioni, spesso molto originali. Un punto assolutamente positivo in questo disco è il fatto che non ci sono perdite di tempo, tutti i brani hannno un loro sentiero, che inizia e finisce, senza mai divagare con articolazione che potrebbero risultare di troppo. Che per carità, io sono un fan sfegatato delle suite da 20 minuti strumentali a cui le band progressive ci abituano, ma qui non ce n’era assolutamente bisogno e sono felice che la band abbia optato per un approccio più diretto. Certo che i pezzi prsenti non sono brevi, ma neanche troppo lunghi, insomma c’è una media dei 6/7 minuti. Le lyrics sono state interamente scritte dal bassista A. Giarracco con grande originalità, seguono perfettamente la trama del concept, questa è una cosa non così ovvia perché spesso nei concept i testi non lasciano capire la storia. Un esempio lampante è “At The Dreams Edge” di Chimp Spanner, lavoro impressionante che ha un concept e una trama (molto simile a quella di Mass Effect, per chi è un amante del mondo videoludico), ma i testi non ci sono, quindi o conosci la storia o ti accontenti della musica. La musica in sé non è qualcosa di complesso, tecnicamente è roba molto elevata sicuramente, ma nulla di esagerato, questo è ottimo, quando la tecnica è al completo servizio del brano tutto suona molto più… umano e, chiunque può ascoltarlo. Le voci sono due e sono affidate a Martina Lotti e Helen Costa, due voci assolutamente perfette a raccontare la storia e creare un perfetto equilibrio su tutto il piano sonoro generato dalla band. Una nota di merito va al tastierista, Flavio Carraro che sembra sempre suonare qualcosa all’infuori del brano, ma in realtà, forse  è proprio lui a dare un carattere più incisivo alla proposta. La chitarra di Alessandro Santi è un punto focale per me, in quanto non è mai aggressiva, resta al suo posto facendo il minimo indispensabile, fa comunque la sua bella figura nel brano “In Loving Memory” emergendo con aggressività e in “Amazing Dystopia” con un assolo che cambia completamente per un momento il carattere del brano. Devo dire qualcosa anche sulla batteria, suonata da Michel Agostini, e cosa potrei dire se non che è… perfetta. Diretta e articolata allo stesso tempo, ma senza mai scadere in sbrodolate moleste. Tutto questo per dire la band fa in modo che nulla nel disco spicchi sopra qualcos’altro, tutto è bilanciato, solido, compatto. In una parola “PERFETTO”.

E anche per oggi ho finito, non mi resta che farveli ascoltare. Alla prossima.

https://www.youtube.com/channel/UCTiIlv3Vp2l1jYKIyQgYipg

Assumption – “Absconditus”

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Assumption… un nome che appena l’ho letto, l’ascolto è stato automatico, vuoi per il nome della band e del titolo del disco così enigmatici, vuoi per questo artwork così criptico, non lo so, ma mi ha attirato come un magnete potentissimo. Gli Assumption sono una band che da quel che si può vedere sui social meds, si sono costruiti una piccola ma grande carriera, relegata all’underground certo, ma penso che certa musica debba restare nel sottobosco, perché è là che la buona musica è, è là che la passione è l’unica ragione per continuare a fare qualcosa di grande e di significativo sia per sé stessi che per i pochi, ma appassionati e fedeli fan.

“Absconditus” è un monolite roccioso dalle forme mostruose e deformi, ma allo stesso tempo incredibilmente eteree ed eleganti. Un lavoro mastodontico composto da tre soli brani, per la durata complessiva di poco meno di quaranta minuti. Un lavoro maturo e assolutamente ponderato in ogni singolo secondo e dettaglio. Il sound è qualcosa di maledettamente pesante e imponente. Molto diverso da quello dei due ep precedenti, caratterizzati da momenti soffocanti, claustrofobici. Questo appare decisamente più sofisticato e personale. Si sente comunque quanto band come Demilich, Esoteric e Ahab influenzino lo stile degli Assuption e, nonostante ciò riescono a tirar fuori un marasma di suoni assolutamente senza precedenti e di grande spessore. Di base quello che suonano è doom metal, del più marcio e possibile, ma non mancano i richiami al death metal (“Beholder of the Asteroid Oceans”) che si fondono perfettamente a ciò che sono le vere intenzioni della band. “Resurgence”, secondo pezzo del disco e sopratutto il più breve, rappresenta esattamente ciò che questo genere deve offrire: angoscia. Mentre “Liberation”, la prima traccia è un connubio di meditazione, riflessione e sofferenza, grazie a delle sonorità profonde che toccano la sensibilità dell’ascoltatore con forza.

Un disco compatto, solido, che rappresenta esattamente ciò che una band deve fare: ossia quello che vuole, quello che sente. Non lo consiglio a chiunque dato il genere, Si deve essere davvero molto pazienti per poterlo apprezzare. Comunque vi lascio ascoltarlo, se ne avete il coraggio.

Alla prossima.

http://assumption.bandcamp.com/album/absconditus

Smartphone ai concerti…

Questo è un articolo che avevo iniziato a scrivere da diverse settimane, cercando di considerare tutti gli aspetti sia negativi che positivi, cercando di non far partire una gran lagna per giustificare chi li usa, ma nemmeno di metterli alla berlina a priori.

I Judas Priest hanno tenuto un concerto in questi giorni, durante questo concerto, un fan che stava proprio davanti al palco, attaccato alle transenne, teneva lo smartphone con la torcia accesa sparata in faccia al buon Rob Halford, la situazione è chiaro che stesse durando da diversi minuti perché il leader dei J.P. decide (stanco e infastidito dalla situazione) di mettere fine allo smacco calciando via dalle mani del fan il dispositivo condannato. Non è la prima volta che succede una cosa del genere, anche Corey Taylor durante un concerto degli Splipknot ha praticamente schiaffeggiato via il telefono dalle mani di un fan in prima fila che stava palesemente messaggiando.

Ora, questo non è discorso facile da analizzare, ci sono molti punti da prendere in considerazione. Iniziamo.

Tutto si basa su un semplicissimo (ma a quanto pare dimenticato) concetto: il rispetto, da parte del pubblico verso il pubblico e verso l’artista che si sta esibendo e da parte dell’artista nei confronti del pubblico. Vi faccio un esempio: io sono stato al G3 (concerto ormai famosissimo tenuto da Vai e Satriani in cui ospitano un virtuoso della chitarra sempre diverso) a Sogliano sul Rubicone e giuro sulla mia vita che l’esibizione di Steve Vai l’ho vista tutta attraverso uno o più telefoni e tablet. Questo fatto non sarebbe un problema se le persone lo facessero com criterio, voglio dire, nessuno avrebbe qualcosa in contrario se un vicino tirasse fuori un dispositivo e facesse una foto o un breve video, assolutamente nessuno, però quando resti fermo immobile con il telefono parato per oltre un quarto d’ora, beh, meriti gli schiaffi dato che quelli dietro di te non vedono il concerto vedono uno schermo che toglie tutta la magia. Tutto si potrebbe volendo ridurre a un banale “io pago soldi miei per vedere il concerto e se voglio passarlo tutto a filmarlo”, sì, ha senso, ma di base saresti concentrato sul tenere sempre a fuoco quello che filmi, quindi se ci si pensa spendi male i tuoi soldi e non ti godi per niente il concerto. Ma la cosa peggiore è che infastidisci gli altri che sono lì per cogliere a pieno ogni momento del concerto. E i fatti che ho citato sopra sono ovviamente la dimostrazione che anche a chi si esibisce non è gradito, però su questo punto varrebbe lo stesso discorso per il bisogno di andare in bagno o andare al bar a farsi una birra. Io capisco che un artista voglia l’attenzione perenne su di sé, ma questo non è possibile, in nessun caso.

Ora vorrei andare alla parte scottante del discorso.

Questo è un gesto che lo ammetto, avrei fatto anche io, certamente il buon Rob era stufo di vedersi davanti quella persona inchiodata con il telefono in mano. Senza dubbio c’è qualcuno che sostiene la reazione avuta e ci stà, però anche no. Senza andare a cercare motivazioni idiote campate per aria, quel telefono è una proprietà privata e non hai il diritto di fare una cosa del genere. Puoi essere anche la persona più importante del mondo, ma questo è vandalismo, perciò per come la vedo io (ossia da un punto di vista morale e legale), commetti un reato. Quindi fondamentalmente dovresti accettare il fatto che ad un tuo concerto possano esserci persone del genere e basta.

Non saprei cos’altro dire e ripeto, questo è una mia riflessione molto personale, fatta cercando di vedere entrambe le facce della medaglia. Purtroppo tutto è legato a quanto una persona sia rispettosa o meno e qualunque cosa faccia quella persona, devi adeguarti e non fare assolutamente nulla, potresti chiedergli di evitare, ma finisce lì. Vi invito a rifletterci.

Perché Deathcore e Metalcore andrebbero apprezzati…

Questi sono due dei sottogeneri metal che solitamente i puristi del metallo odiano a morte. Ma perché? Onestamente non so dare una risposta precisa, posso solo ipotizzarne le ragioni. Forse perché non ci sono assoli memorabili, forse perché spesso ci sono artifizi, forse perché moltissime band spesso sono la copia sputata di altre, forse per il sound dal carattere plastico e spesso troppo pomposo e forse per i riff che spesso si ripetono… lo so, ho appena citato difetti non indifferenti e che io stesso riconosco, ma… come in tutti i generi e sottogeneri, ci sono quelle band che sono veramente valide, veramente originali, non si deve fare di tutta l’erba un fascio (dice un vecchio proverbio), perché chi generalizza non fa altro che perdersi delle perle immancabili nel proprio background cultural musicale.

Andiamo con ordine e iniziamo con il Deathcore. Anzitutto il tipo di sound. Le produzioni così pompose e bombastiche (che sono tipiche più del deathcore che del metalcore) sono certamente segno di un certo voler risultare più pesanti e duri nella propria proposta, questo può essere concepito come una “tamarrata”, ci stà, ma in realtà, è indispensabile ed è giusto che sia così, è il marchio di fabbrica di questo genere, è una caratteristica insostituibile e lo stesso identico discorso vale per gli onnipresenti breakdown, non si può criticar male questo genere per quelle che sono le sue caratteristiche, sarebbe come dire che ne so… “che noia tutti questi riff veloci nel thrash metal…”. Non ha alcun senso. È vero che moltissime band deathcore hanno pensato a due elementi base per fare questo certo tipo di musica e ci fanno dischi su dischi senza mai portare nulla di fresco al genere, ma ce ne sono altre che caspita se lo fanno. Basti pensare (per esempio roba del giorno d’oggi) agli Infant Annihilator e i Rings of Saturn, che a mio avviso rasentano la genialità, hanno puntato tutto sull’esagerazione e sopratutto senza mai prendersi sul serio, e questo, penso sia un enorme punto di forza, dato che se andiamo a vedere band come i Carnifex, i Black Tongue, Chelsea Grin, Suicide Silence, ecc, ecc… si prendono tutti troppo sul serio. E poi come potrei non citare gli Atlantis Chronicles (perché onestamente non me la sento di definirli death metal) che stanno veramente facendo un ottimo lavoro da quando hanno rilasciato “Ten Miles Underwater”, una band che ha saputo fondere davvero molto bene una tecnica saggiamente dosata, la melodia e la pesantezza dei suoni che si possono ottenere oggi con i metodi moderni. Come potrei poi non citare i primi esperimenti di deathcore, ovviamente si tratta di primissime opere, dell’epoca in cui il genere non aveva ancora raggiunto le fattezze odierne, parlo di band come gli Abscess oppure i Blood, band tedesca di cui esiste solamente una demo dal titolo “Deathcore” (appunto) registrato davvero male, non si capisce quasi nulla , ma io lo adoro, se volessi essere proprio tanto pignolo citerei anche gli Earth Crisis, non esattamente deathcore, ma sicuramente hanno sfiorato il genere più di una volta. Queste sono tutte realtà che popolano il panorama di questo genere e mi dispiace molto che persone che come me si cibano di metal, snobbino questo genere a priori, come se non contasse nulla o fosse solo roba modaiola da poseurs. Ragazzi provate ogni tanto perché anche il deathcore ha tanto da offrire, non così spesso forse, ma di tanto in tanto qualche perla sale a galla.

Lasciatemi cambiare argomento e andiamo affondo invece nel metalcore, genere che potremmo anche considerare come una sorta di padre del deathcore. Il metalcore io credo che possa contare nel suo panorama realtà validissime, se possibile anche più numerose che nel deathcore. Sia chiaro, è un genere che anch’esso è composto da tanti, ma tanti fondi di barile, ma in fin dei conti ogni genere musicale è fatto da artisti e cialtroni. Purtroppo per il genere, questi ultimi restano sempre i più noti, per un motivo assai sciocco, ossia quello che suonano è adatto a tutti, vedi i Killswitch Engage che propongono un metalcore sicuramente molto personale, ma comunque impostato in modo che tutti ma proprio tutti possano ascoltarlo senza nessun tipo di problema. I Bullet For My Valentine… su di loro non so proprio come esprimermi, sono reduci del periodo falso emo passato qualche anno fa, e non si sono resi conto che crescere è un’opzione. Devo poi menzionare gli Hatebreed? Band nipotina degli Agnostic Front, che ha pubblicato praticamente la stessa identica canzone ma con testi diversi per anni e svariati album. Potrei continuare menzionando altri gruppi inutili quali Atreyu, gli Asking Alexandria, All That Remains… ma non avrebbe senso. Ora, detto questo, nessuno ha la benché minima idea di chi siano i Bleeding Through, che mescolano death metal al metalcore, che il risultato non è assolutamente deathcore, ma un sano connubio tra i due stili ed è roba di grande spessore. I Becoming The Archetype che sono fra le band migliori del genere, autori di un metalcore fortemente tecnico e condito da elementi sinfonici, solo i cultori li conoscono. I Medeia dalla Finlandia che mescolano al metalcore sonorità tipicamente scandinave…

Per farla breve (anche se breve non l’ho fatta), questi due generi che sono probabilmente fra i più odiati, meriterebbero una maggiore attenzione. Perché il problema di base non è nella musica, ma nella mentalità di chi ascolta. Spero di essermi spiegato.

Top 10 band con voce femminile o totalmente al femminile

(questa non è una classifica, tutte le band che menzionerò le adoro tutte allo stesso modo e non inserirò nomi di fama mondiale)

Vorrei iniziare subito dicendo che siamo nel 2019 e al giorno d’oggi ancora senti esprimere stupore quando una donna/ragazza suona o canta metal, per quanto mi riguarda è la cosa più normale del mondo, come l’acqua fresca. E odio, odio mortalmente quando alcune persone dicono che il metal è roba da uomini. No! Assolutamente no, bisogna che si inizia a pensare che la musica è unisex, non è che a seconda di chi suona un determinato genere musicale allora il sound che ne esce è influenzato dal genere di chi lo suona, avanti, smettiamola di pensare in questo modo sciocco… e ora iniziamo.

Nervosa: (mi brucio subito questo nome perchè probabilmente è la band che mi spinge a scrivere questo artticolo).2.jpegLoro sono una band brasiliana di Sao Paulo, si potrebbe quasi dire che sono le figliolette spirituali dei Sepultura. Formatesi nel 2010 si sono subito fatte notare dalla Napalm Records e dopo aver pubblicato l’Ep “Time of Death”, è iniziato per loro una carriera di grandi soddisfazioni in compagnia di mostri sacri quali i D.R.I., Destruction, Grave e Artillery. Autrici di un thrash metal che va dritto al punto come un proiettile in fronte al nemico, sprigionano in ogni loro canzone un’aggressività incredibile, il loro punto forte penso sia proprio l’essere dirette, senza tanti arzigogoli, in fondo è di thrash metal che parliamo. Fernanda Lira, cantante e bassista del trio, genera squarci atroci nel cervello dell’ascoltatore con la sua voce da motosega, una vera forza della natura, condisce una musica già estremamente aggressiva con furia malevola sputando aghi seghettati nel microfono. Consiglio assolutamente l’ascolto del loro primo album “Victim of Yourself”, perla di grande valore, del genere.

 

 

 

Mechanical God Creation: Una band italiana, quindi a maggior ragione andrebbe supportata.foyoband.jpgSono parecchio estremi, la loro proposta è un death metal pieno di groove e tecnicismi, in particolar modo di basso (io sono anche bassista e certe cose le colgo abbastanza al volo), comunque non è che le chitarre non abbiano i loro momenti, anche loro si fanno sentire parecchio sul fattore tecnica, ma qui si parla di qualcos’altro, Luciana Catananti resta sempre al passo con la musica e con la sua voce da orco pazzo e assassino piena e corposa sostiene perfettamente il muro sonoro che i suoi compagni producono. Notare che dall’inizio della loro carriera ogni loro disco è stato migliore del precedente… e il primo ep “… and the Battle become War” è un lavorone di grande qualità artistica. Consiglio assolutamente il già citato ep e “The New Chapter”, ultimo lavoro uscito in questo 2019.

 

 

Murkrat: Progetto funeral doom metal nato in Australia dalla mente di Amanda “Mandy” Andresen, mente geniale che troviamo anche nel progetto dark ambient Dust to Dearth, voce degli atmosferici The Slow Death, una ragazza impegnata e tuttofare insomma.

Mandy  canta in un modo tutto suo che nella storia del metal si è sentito poco se non mai, a parte nelle altre band in cui ha cantato. Una sorta di lamento, ma solenne e sofferto allo stesso tempo, la sua voce è un suono che penetra nella coscienza di chi ascolta e lo emoziona, lo commuove, lo inquieta (nel mio caso, lo fa gioire), di tanto in tanto di cimenta in uno screaming estremamente inquietante, da demone a cui vengono strappate le unghie con le pinze. Quella dei Murkrat non è musica per tutti, ma se si ha una mentalità aperta e del tempo da dedicare alla musica fatta con criterio e passione, allora loro sono più che consigliati, in particolar modo “Drudging the Mire” capolavoro di doom da ascoltare e analizzare con cura e perizia.

 

 

Entheos:entheos_press-retouched_2Perché inserire una band in cui la cantante usa il growl quando ho già inserito i Mechanical God Creation? Perché questa band è diversa. Gli Entheos sono un progetto composto da ex militanti di band quali Systems, The Faceless, Animals as Leaders e Scale the Summit, quindi si può già immaginare la quantità di tecnica musicale presente nei loro lavori, tanta, tantisima, ma mai esagerata. Chaney Crabb quando la si ascolta cantare sembra di sentire il rombo di una bomba atomica in lontananza, non è un rantolo rabbioso, è un suono preoccupante che ricorda moltissimo i vocalizzi che rendono subito riconoscibile Patrick Mameli, storico cantante dei jazz metallers Pestilence, però Chaney si caratterizza per la compressione della sua voce, che pare venir fuori da un compressore industriale. Consiglio caldamente l’ascolto dell’album “Dark Future” un lavor veramente bello, alienante e ipnotico come pochi altri lavori. Anche dal vivo sono perfetti.

 

Amesoeurs: Band francese, di Avignon, gli Amesoeurs hanno avuto vita breve, solo cinque anni di attività, ma alla fine della loro carriera hanno pubblicato “Amesoeurs” un disco che da solo vale come mille altri dischi. Un connubio meraviglioso fatto di sogni e incubi, un mix di black metal e post-rock che oggi chiameremo blackgaze. La band si è sciolta in seguito a divergenze riguardo il futuro della band. In cinque anni di attività si sono esibiti una sola volta nel 2005 e che continuo a pensare che li avesse visti quella sera possa considerarsi una persona estremamente fortunata. Audrey Sylvain bassista e seconda voce, voce sempre lieve, candida, leggera come un velo di seta scivola e fluttua nell’aria senza produrre alcun attrito, una voce che trasporta in luoghi illuminati contemporaneamente da sole e luna, in cui una fata oscura ci narra storie meravigliose e noi ascoltatori non possiamo che restare ammaliati di fronte così tanta bellezza sonora. Nonostante la band si sia sciolta, possiamo apprezzare le capacità di Audrey nel suo progetto solista, i Malenuit, che consiglio assolutamente.

 

 

 

 

Holy Moses: 941d_2 Questo articolo non potrebbe mai essere completo senza di loro. Per alcune persone gli Holy Moses non hanno bisogno di alcuna presentazione, ma devo dire che ai più sono assolutamente sconosciuti. Band tedesca dell’epoca d’oro del thrash metal, nati addirittura prima dei colleghi Destruction e Kreator, la loro è una carriera lunga anche se nel 1994 la band si sciolse per poi riformarsi nell 2000, da allora pestano i palchi dei festival come dei giovinetti. La band ha vissuto continui cambi di membri, ma Sabina Classen è sempre rimasta, dall’inizio alla fine. Senza mai perdere un filo di voce. Ovvio che oggi, durante i concerti si percepisce un certo affaticamento, ma nulla che che lei non possa gestire. Credo sia molto importante inserire loro in questa top in quanto se al giorno d’oggi abbiamo Angela Gossow, molto probabilmente lo dobbiamo a Sabina, in quanto è palese quanto Angela contempli Sabina in quanto a stile sia del portamento che del canto.c0ed861bdd7e443da06a012dabe6fa93

Caldamente consigliato l’ascolto dell’album del 1989, “The New Machine of Liechtenstein” che contiene i due capolavori “Near Dark” e “Panic”

 

 

Jinjer: Band_mobile_2-2.png Foprmatisi nel 2009 in Ucraina, i Jinjer hanno evoluto molto il loro stile nel tempo. Nascono come band metalcore e per quanto mi riguarda all’epoca risultavano al quanto banalotti come un buon numero di band metalcore come gli Straight Line Stitch, però si sentiva già qualcosa che lasciava presagire un’evoluzione positiva, infatti se si ascolta in secondo album “Cloud Factory” si nota moltissimo la crescita, le soluzioni si fanno decisamente più mature e meno adolescenziali, meno… “fighe”. Un notevole passo avanti che porta a quella credo che sia la maturazione. “King Of Everithing”, disco del 2016, suona molto adulto, la musica è decisamente più saggia e i musicisti aggiungendo una componente progressive al loro sound creano trame più complesse e raffinate.tumblr_pkd95iVILV1rev63g_1280.jpg E in tutto ciò dove sta la voce? Beh Tatiana Shmailyuk canta i suoi testi magistralmente, passando da clean vocals a growl cavernosi senza nessun problema, una voce sempre potente, che da sola genera un muro di suono inpenetrabile, inespugnabile e se avete dubbi vi consiglio di vedere questo:

 

 

Djerv:djerv-750x480.jpg Nati dalla fine di due band importantissime, gli Stonegard e gli Animal Alpha, sono un nome non conosciutissimo, anche se dovrebbe in quanto sono una delle realtà più innovative e originali del panorama metal odierno. Questa band riesce a mescolare con follia omicida hard rock e sonorità tipiche del black metal. Al momento hanno all’attiva solamente un ep e un album, entrambi incredibilmente belli e originali. La loro proposta è caratterizzata da melodie sinistre e inquetanti, ma anche da ritornelli spesso più melodici e tranquillizzanti, liberatori. Una produzione volutamente grezza per accentuare meglio la cattiveria che vogliono esprimere. Agnete Maria Forfang Kjølsrud (riempie proprio la bocca) è quella che nel nostro immaginario rappresenta la tipica dominatrice tedesca, però non siamo qui a parlare del suo aspetto, ma della sua voce, uno strillo isterico e folle che raccoglie l’eredità dei suoi connazionali blacksters quali Varg Vikernes, Dead, Abbath, ecc… ma come ho detto, sa essere piacevolmente melodica quando vuole, comunque scatena in ogni canzone una forza vocale mostruosa. Ha collaborato anche all’album “Abrahadabra” dei ben più noti Dimmu Borgir, va poi menzionata “Get Jinxed”, pezzo da lei cantato per il videogioco League Of Legends. Ascoltateveli, non vi annoieranno.

 

 

 

Sopor Aeternus and the Ensemble of Shadows:8016670110903__75996.1496752736.1280.1280.jpg Non so se avete presente, ma nella storia della musica ci sono sempre stati personaggi… così, un po’ particolari… anomali direi quasi, beh Anna Varney Cantodea è uno di questi. Una personalità oscura e tormentata (andate a leggervi la sua storia perché è allucinante) che un giorno nel 1989 ha deciso di dare i natali a questo progetto solista. I Sopor… (scrivo al plurale per un motivo preciso, ripeto, leggetevi la storia) sono un’entità darkwave tedesca che sta parecchio al di sopra di quello che potremmo definire semplicemente musica, questa è arte vera e propria, qualunque tipo di strumento che possa venire in mente, nella loro musica c’è. Ho detto “darkwave” per essere il più accurato possibile, ma in realtà nella proposta di questa band atipica possiamo sentire elementi di musica classica, musica da camera, atmosfere da cabaret, pop, elettronica, folk, musica balcanica… il tutto in un solo progetto. Anna Varney, unica mente della band canta con grande malinconia ogni sua sensazione e ogni suo dolore, una lamentela melodiosa che a tratti può ricordare una nenia infantile dal carattere destabilizzante. Non dico altro perché questa roba la dovete scoprire da soli durante un ascolto approfondito e analitico. Consiglio caldamente l’ascolto di “Dead Lovers Sarabande”, disco del 1999.

 

 

Aghora:

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Formatisi in Florida nel 1995, da allora incidono solamente tre demo e due album, “Aghora” e “Formless”, quest’ultimo a mio parere il migliore senza dubbio in quanto la line up essendo cambiata quasi completamente non risente delle influenze sonore che avevano i primi membri e ne esce un prodotto assolutamente originale, caratterizzato da sonorità mediorientali che mescolate ad un death metal estremamente tecnico e jazz, il risultato è incredibilmente affascinante, sonorità eteree e sognanti. Nascono come un supergruppo, composto da ex componenti di band quali Cynic, Death, Pestilence e King Diamond. La formazione ha visto due diverse cantanti, la prima, Danishta Rivero è sicuramente notevole per le sue capacità, ma resta secondo una voce ancora non adatta al sound della band, infatti in “Formless” troviamo Diana Serra.49596_artist Con il suo ingresso, la band “aggiusta” la sua proposta, realizzando il capolavoro di cui ho parlato poc’anzi. La sua voce, si insinua nelle melodie e le amalgama tutte, un soffio di vento dal grande carattere e potenza sonora che riesce a evocare atmosfere magiche, restando sempre su note alte, ma mai troppo. Ascoltare la canzone “Moksha” per capiure a cosa mi riferisco.

 

 

E qui mi fermo. Ripeto che questa non era una classifica, in quanto io stesso non saprei preferire una band all’altra. Comunque certo, ci sarebbero stati nomi da menzionare. Avrei potuto citare gli Iwrestledabearonce, The Agonist, Benedictum, Die so Fluid, Yeah Yeah Yeahs, Arkona, Kivimetsan Druidi e moltissimi altri, ma ho deciso di inserire solo quelli più importanti per me. Detto questo vi saluto e alla prossima settimana.

 

 

 

 

 

Voice of the Inner Demon

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I Voice Of The Inner Demon sono una nascente band che mi ha incuriosito non poco, in quanto quello che suonano non lo sentivo da un po’ di tempo. Quelle sonorità che gli In Flames avevano adottato all’inizio degli anni 2000, mescolate agli ultimi Tiamat, Depeche Mode, i Sentenced degli ultimi tempi e gli Amorphis quando non sono aggressivi, un mix di tutto questo che ridurrei a un semplicistico Goth Metal, ma no, preferisco non rischiare dando un’etichetta sbagliata.

Ho scambiato (mentre guidavo) due chiacchiere con il bassista ciarliero Björn Hodestål riguardo dettagli sulla band.

Come è nata la band? Di chi è stata l’idea?
B.H.: La band é nata dall’esigenza di Giorgio Orani (chitarra) di mettere a frutto il materiale che aveva scritto e non si era utilizzato nella band precedente di cui faceva parte: i Desdemona. Si parla del 2012. In combutta con Matteo Frigo (batteria) , al tempo nei Desdemona, hanno deciso di avviare questo progetto. Al tempo non era ancora definito il nome o la finalità. Fatalità: io avevo inserito degli annunci su mercatino musicale, perché dopo un anno di fermo dopo l’abbandono dei Lachaise, volevo riprovare a far parte di un progetto con più elementi. Giorgio mi ha contattato ed é stato quasi amore a prima vista. Abbiamo lavorato molto sui pezzi per anni, noi tre… poi ci é venuta la pazza idea di concretizzarli in più album, visto che non ci sembravano così male. Ho fatto ascoltare ad alcuni amici nel settore i brani con buoni commenti. Però i più han sottolineato la necessità di un cantante più ‘di ruolo’ (al tempo Giorgio si occupava anche del cantato), quindi ho chiesto a Nicola Tobio (che conosco da anni e mi sarebbe piaciuto averlo come voce) se fosse interessato… ha detto sì e sei mesi dopo eravamo in studio.
Parlami dello stile adottato?
B.H.: Innanzitutto non abbiamo voluto snaturare le composizioni di Giorgio, che già avevano un sentore alla In Flames, ma sicuramente é stato mutato lo stile compositivo… un po’ attingendo anche dal sinth-pop dei Depeche Mode e dall’industrial. Quindi dando anche una forma ed una regolarità ai brani. Volutamente é stata usata una forma di composizione “povera” basata sull’uso della scala minore naturale. Abbiamo ribaltato un po’ quel che si fa solitamente. Al posto di comporre in maggiore ed usare la relativa minore per creare tensione si é usata come base la relativa minore per giocare sulla scala maggiore. Se non avessimo usato la minore naturale il senso di fluidità in questo gioco si sarebbe perduto.
È un metodo inusuale, come vi è venuta l’idea?
B.H.: Lavorando sulle variazioni armoniche dell’accompagnamento alla voce (pensata per l’appunto in minore) ci siam ritrovati al punto che questa fosse la miglior soluzione per garantire la fluidità dei brani. Una volta trovata la simpatica formula é divenuto spontaneo applicarla, non a tutti i brani, ma alla maggior parte. Forse ho insistito troppo nel lavorare su questo aspetto che ci si é ribaltato il cervello… chissà.
Beh certo, è comunque molto interessante. Ma fammi spostare per un momento l’attenzione su qualcos’altro. Questo nuovo gruppo, è diventato tuo principale? O gli Arcana Opera sono ancora al primo posto in fatto di priorità?
B.H.: In realtà i Voice sono, per ora, un progetto studio, quindi non ci sono interferenze con gli Arcana Opera.
Senti, Voice of the Inner Demon, un nome molto interessante, frutto di?
B.H.: É Giorgio che ce l’ha con i demoni.
Ah quindi ce l’aveva pronto?
B.H.: No, si é spremuto il cervello per trovare un bel nome con un acronimo.
Per il momento non siete in procinto di fare date…
B.H.: A meno che non arrivino grosse opportunità. Non sono in programma, comunque.

Detto ciò vado a parlarvi del singolo uscito.

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“Collisions” si apre con una melodia dolce… leggera come la seta, ma che esplode molto genuinamente in un riff pesante e pieno, qualcosa di molto semplice, ma assolutamente efficace. La voce ricorda molto Tomi Joutsen per l’intensità e la profondità, una voce grave, di grande impatto e grandezza. “Collisions” è un pezzo che con poche semplici soluzioni sa evocare sensazioni ed emozioni che contrastano deliziosamente nell’ascoltatore. Se cercate assoli di chitarra, qui non ne troverete, perchè fondamentalmente non servono, dato che durante i quattro minuti di canzoni si percepisce costantemente un senso di oppressione e lotta per la libertà (o almeno questo è ciò che evocano in me le sonorità qui presenti) e tutto questo non necessita delle colorazioni ulteriori che potrebbe dare un solo di chitarra.

Ovvio che è di un singolo che sto parlando quindi sono stra curuoso di quando uscirà un album intero. Sarà intetessante e sarò pronto a scriverne a proposito.

Detto questo vi lascio e alla prossima.

Bavosa – “Bavosa”

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I Bavosa sono una band di Gabicce Mare, autori di un garage rock che da pugni e calci, sono entrati a far parte dei miei ascolti. Ennesima creatura dell’instancabile Yuri Pierini, questi Bavosa risultano differenti da quanto fatto con i Fango, in quanto il sound è meno dirompente, meno ipnotico. Ha delle connotazione decisamente più festaiole di quelle che mi hanno fatto apprezzare i Fango, che se questi ultimi potrebbero fare da colonna sonora per uno stallo alla messicana, i Bavosa mi ricordano tanto quella scena di Ritorno al Futuro in cui Michael J. Fox suona “Johnnny B. Goode”, insomma c’è proprio atmosfera da festa, selvaggia quanto vuoi certo, ma sempre una festa.

In occasione di quest’articolo ho fatto due chiacchiere con il bassista Enrico Mengarelli:

Chi ha avuto l’idea di fondare il gruppo e come è nata proprio l’idea di farlo?
E: L’idea è nata da Yuri e Sandro (ex horrible porno stuntman) che volevano fare una band assieme. Yuri mi scrisse per andare a suonare il basso e Sandro chiamó Steve all’altra chitarra. “Facciamo una band alla devil dogs/ roba crypt records”. Cazzo subito!

Il disco è tutto a presa diretta?

E: Si, registrato a nastro con un tascam 8 piste all’epoca nella mia vecchia sala prove dato che il nostro studio non era ancora finito. Strumentale in presa diretta. Voci ovviamente aggiunte in un secondo momento.
Siete sempre a lavoro su roba nuova?
E: Diciamo di sì, abbiamo già dei pezzi nuovi oltre a quelli del disco. Adesso viaggiamo ad una media di una prova ogni 2 mesi quindi con calma. Comunque non c’è fretta, il disco è appena uscito in cassetta per un’etichetta di Parma, la Budget Living, abbiamo fatto il “release party” sabato scorso, quindi sempre tutto molto con calma.

Questa “calma” immagino abbia a che fare con il fatto che yuri sia mega impegnato…

E: Più o meno tutti, Yuri forse vince per numero di band in cui suona, ma ad esempio Sandro ora suona con i rock’n’roll kamikaze che hanno un calendario di date abbastanza fitto… ma in realtà è perché siamo un po’ cazzoni (ilarità generale)

 

Qui si conclude la nostra breve e informale chiacchierata. E ora voglio andare ad analizzare un po’ il disco in questione.

“Cock Block” apre le danze nella maniera migliore possibile, questo pezzo fa subito capire le intenzioni della band, ossia prendere poche note e farle suonare come è giusto che suonino quando si suona questa musica. Quello che mi stupisce è quanto sia chiaro e scandito ogni singolo elemento in questo disco, considerato che si tratta di una registrazione a presa diretta (come detto da Enrico), è vero che non abbiamo a che fare con qualcosa di sperimentale, anzi, tutto è diretto e basilare (e questa è una forza, non certo una debolezza in questo caso), però è davvero notevole la qualità del suono che esce dalle mie casse, durante l’intero ascolto non c’è un singolo momento in cui non si riesca a distinguere ogni dettaglio, comunque, se devo essere sincero, io amo queste produzioni grezze, sono caratteristiche e personali. Il lavoro nel complesso si presenta vario e mutevole, si possono sentire vere e proprie corse suicide come “Burst Bludder” e “Wake up and smell the Diddley”, galoppate verso il tramonto come “Blah Blah Baby”, rivolte selvaggie da prigione in “School Rules” e poi abbiamo “Suck the Bavosa”, una suite da ben otto minuti e passa di caos sfrenato in cui tutto va alla deriva nel mare della pazzia sonora che rasenta la cacofonia… ed è meraviglioso.

Disco assolutamente da ascoltare più e più volte e sopratutto band da tenere d’occhio. Saranno dal vivo a Castelnuovo Bariano il 20 Luglio 2019 per il Vodoo Festival

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Vi lascio e vi saluto, un grazie ad Enrico… CIà!

https://bavosa.bandcamp.com/

 

Imperial Circus Dead Decadence – 狂おしく咲いた凄惨な骸は奏で、愛おしく裂いた少女は聖餐の詞を謳う(Kuruoshiku saita seisan’na mukuro wa kanade, itooshiku saita shōjo wa seisan no shi o utau.)

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Tutti sappiamo quanto il giapponese sia un idioma complesso, infatti sono andato a tradurre il titolo di questo album, con i metodi soliti, ossia google translate, quindi non proprio attendibile, perciò ho deciso di lasciarlo così com’è per non incorrere in incresciosi errori di traduzione.

La nazione nipponica è una di quelle terre che per molti rappresentano una meta da raggiungere almeno una volta nella vita. Uno scrigno di sorprese innumerevoli per quanto riguarda qualunque cosa. E io, oggi ho scoperto questa cosetta girando su bandcamp. Gli Imperial Circus Dead Decadence, (nome lunghetto che io adoro, ma è anche facile da dimenticare e questa è una nota non indifferente) sono una band nata nel 2007 a Fukuoka. Devo dire che io ascolto da parecchio tempo la musica giapponese e mai mi era capitato di sentire una band come questa, conosco bene i Wagakki Band, i Dazzle Vision, i Deathgaze, ecc, ecc… ma questi mi erano sempre sfuggiti. Sono autori di un mix davvero interessante, provate a prendere gli Emperor metre fanno una jam con i Children Of Bodom, impolverateli di un pizzico di metalcore e fate loro suonare le sigle degli anime, aggiungete qualche elemento operistico. Fatto ciò avrete gli I.C.D.D., lo so che detto così sembra un macello, ma ogni elemento è mescolato con grande saggezza e con dosi misuratissime. Il risultato è gradevolissimo, mai ripetitivo e sempre interessante.

Questo disco si presenta davvero molto bene, il brano introduttivo è un crescendo di epicità assoluta, con un figuro che racconta una storia (o una profezia, non è chiaro), si parla di guerra e amore, e di una ragazza di nome Ofestra, nata dal buio e destinata a portare distruzione nel mondo e in seguito nuova vita, o almeno così ho capito io, tradurre i testi dal giapponese attraverso internet non è mai troppo attendibile. Il disco di base è un Symphonic Black Metal, con gli elementi che ho elencato prima, certo, ma fondamentalmente di questo si tratta. Siamo di fronte ad un’opera di spesso per come la vedo io, in quanto l’ascolto non stanca mai, in nessun modo, anzi, ci da modo di sentire tutte le capacità esecutive e compositive della band. Infatti si passa da cavalcate selvagge come “Geki ai no yobigoe ga No kyōsei o kurau” e “Jashin no konrei, gi wa ai to shiru”. Ma abbiamo momenti davvero epici, ma tanto epici come “Chinura reta miniku ren ni fukeru hōmura”, il quarto brano che è il punto più alto di solennità che la band raggiunte durante tutto l’ascolto dell’album. Possiamo anche godere di elementi che ho visto solo nei pochi musical che ho visto, sapete quando c’è quel brano che rappresenta un dato momento caotico della storia? Bene, “Zankoku-sa wa sono nakigara o neburazaru” è esattamente questo, a tratti mi ha ricordato gli Umpfel per qualche motivo. La band non si dimentica comunque di inserire il power metal nella sua proposta e con “Ōu”, il pezzo in chiusura, lo fa benissimo, nove minuti di Nightwish che si sono decisi di fare roba seria (mi piace vederla in questo modo). Ovviamente le sonorità da sigla dei cartoni giapponesi non mancano, ma vi dirò che prima dell’ascolto mi aspettavo un maggior abuso di tali sonorità.

Questo disco non lo consiglio a chiunque, anzi, secondo me serve una certa apertura mentale, perché quando si tratta di musica giapponese c’è sempre tanto, ma tanto pregiudizio, tutti vanno sempre e subito a pensare a quelle maledette sigle, invece qui abbiamo del sano metal suonato bene e basta. E sopratutto qui c’è del lavoro notevole dietro in quanto concept album. Io me lo riascolto altre dieci volte almeno.

(Ho voluto tradurre i titoli nel nostro alfabeto, però con grande probabilità si sono creati errori quindi è la prima è ultima volta che lo faccio)

 

https://imperialcircusdeaddecadence.bandcamp.com/album/-

 

Fall Of Efrafa

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“Watership Down” in italiano “La Collina dei Conigli” è un libro scritto nel 1972 dal compianto Richard Adams, uno scrittore fantasioso ed estremamente intelligente nel dimostrarsi conoscitore di ciò che scrive ma, ma senza fare la figura del saccente. Questa opera tratta l’avventura di un gruppo di conigli. Guidati dal giovane Moscardo, i protagonisti fuggono dalla conigliera che per molto tempo è stata la loro casa, sicura e fidata, ma Quintilio, il più dotato di tutti loro sotto certi aspetti, prevede una disgrazia di qualche tipo, nemmeno lui sa di che natura, ma sa che la loro casa non è più un posto sicuro e bisogna fuggire per cercare un nuovo luogo da poter chiamare e casa. Partono e dopo numeroso peripezie giungono in quella che sarà la loro dimora, ma prima dovranno fare i conti con Efrafa, un covo di conigli organizzati come un piccolo esercito, con al comando il Generale Vulneraria, un demone freddo, spietato e tirannico dalle sembianze lagomorfi… ma per quale motivo parlo di un libro? vi chiederete, beh, presto detto, perché questo libro ha dato (seppur indirettamente) origine a una delle band più belle che il mio apparato uditivo abbia mai sperimentato.

I Fall Of Efrafa, nome che lo ammetto risulta divertente, ma chi ha letto il libro sa che questo nome non è divertente, ma è sinonimo di vittoria sofferta, di grande spirito di volontà e sopratutto di grande speranza. Dicevo, i Fall of Efrafa, quintetto britannico formatosi a Brighton and Hove, nel corso di soli quattro anni di vita, ci ha fatto dono di una discografia notevole, composta da tre full-lenght, due ep e uno split album con i Down To Agony. Davvero impressionante se si pensa che sono stati in attività per così poco tempo. E devo dire che sì, mi dispiace essermeli persi, ma credo anche che sia meraviglioso il fatto che si siano sciolti in seguito alla conclusione del lavoro che avevano in mente di fare, mi spiego, realizzare la trilogia “The Warren of Snares” era il loro scopo reale, fatto questo si sarebbero sciolti, adoro queste cose. Il loro sound si è evoluto in modo radicale in ogni album, ma ogni cambiamento non risulta troppo distaccato, al contrario, se si ascolta i tre dischi in ordine cronologico ci si accorge che lo stile del secondo disco non potrebbe che essere degno del precedente e vale la stessa cosa per il terzo verso il secondo. Per farla breve e chiara, qui si parla di nascita, vita e morte (ma la morte porta sempre con sé nuova vita, anche in questa occasione) , tre elementi, sempre e solo tre, che si susseguono in un ordine prestabilito e immutabile, ed è perfetto così. Ma ora è venuto il momento di parlare dei tre dischi in questione.

 

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Per cominciare, “Owsla” (parola in lapino per definire il gruppo d’elite di ogni comunità di conigli) è il disco più affine all’opera letteraria di Adams, in quanto presenta anche diverse testi con parti prese pari pari dal libro. Musicalmente si presenta come un album di crust punk grezzo e aggressivo che fa riferimento gli His Hero is Gone, ma con momenti fortemente melodici, che si rifanno ai vecchi Agalloch, senza mai dimenticare l’onnipresente influenza dei Neurosis. Il disco è composto da sette brani tra cui la opener e un intermezzo che prendono pochi minuti dell’ascolto e cinque canzoni davvero lunghe per essere di base un disco crust punk, ma non fatevi ingannare, anche avendo una forte componente punk, il tutto è incredibilmente progressivo, i pezzi evolvono in maniera molto fluida, creando un flusso di sonorità che ricorda moltissimo le atmosfere che si percepiscono durante la lettura di “Watership Down” e se non vi basta, abbiamo anche una cosa che non ci aspetteremmo mai, ma è senz’altro una gradita sorpresa, violini e violoncelli che nei momenti giusti riempiono il muro di suono donando un carattere ancor più sofferto. Vorrei fare un’analisi approfondita di ogni pezzo, ma questo davvero mi è impossibile, ci sono talmente tante cose da dire che non mi basterebbe un giorno per descriverle tutte, vi basti sapere che “Pity the Weak” e “Last But Not Least” sono i due pezzi da ascoltare assolutamente perché sono i due apici più alti che il disco raggiunge, si portano dietro una quantità immane di tristezza e rabbia che possono solo far piangere il più sensibile degli ascoltatori che verrà investito da un’ondata di malinconia, non parlo solo dei testi gridati con disperazione da Alex C.F. ma anche dalle trame di chitarra che Neal e Steve riescono a tessere sul ritmo di un drumming a volte ossessivo e convulso, a volte dolce e rassegnato ad opera di George, senza poi parlare di Michael che sa toccare le corde giuste sul basso e sa come usare le note calde per colorare di colori ancora più scuri un opera che già di per se è estremamente tetra, ma sappiamo che dove c’è buio c’è sempre un bagliore di luce seppur flebile, infatti di tanto in tanto ci sono dei momenti non dico allegri, ma che illuminano un poco questo capolavoro che potrebbe fare da colonna sonora per una notte tempestosa..

 

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“Elil” (che nell’idioma lapino significa predatore) è il secondo album della band, rilasciato solo un anno dopo “Owsla”.  Questo disco, concept composto da sole tre canzoni della durata di venti minuti ognuna è (come ho scritto sopra) un opera decisamente più tetra, più atmosferica, con rimandi sporadici al black metal e al doom metal, ma di base è un disco dal carattere a volte post-rock, a volte sludge, influenzatissimo certo, ma questo rimane. Esattamente come il primo, questo è un album che si evolve nel corso della sua ora di durata. Si passa da sfuriate disperate a momenti di malinconia desolante ad altri in cui il ritmo rallentato e le distorsioni grezze creano nell’ascoltatore una sensazione di peso schiacciante, qualcosa che trascende la tristezza e la trasforma in qualcosa che non auguro a nessuno di provare, un peso che comprime il nostro animo. Se si ascoltano i testi di questo capolavoro si capisce quanto la loro idea originale sia finalmente germogliata, un vero e proprio poema degno del più cupo poeta maledetto. Si parla dell’umanità, di quanto sia deforme e della lotta all’oppressione religiosa. Ma parlando di musica… come dicevo, solo tre brani. Il primo, “Beyond the Veil” si presenta con una intro di niente meno che sei minuti, che sono indispensabili a presentare bene questo disco, il pezzo prosegue con passaggio dal ritmo squisitamente scandito, lento ma non troppo, ma poi muta in qualcosa che avevamo sentito spesso in “Owsla” e poi lascia spazio ad una chitarra acustica… potrei andare avanti all’infinito, ma non posso, non è il caso. La faccio breve dai. Come in “Beyond The Veil”, anche in “Dominion Theology” e “For El-Ahraihrah To Cry” abbiamo mutazioni continue, ognuna composta e suonata in modo da farci provare emozioni diverse, tutte che si aggirano sempre attorno alla rabbia e alla tristezza, la nostalgia e il vuoto, la costante sensazione che qualcosa di sbagliato ha sempre dominato le nostre vite.

 

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“Inlé” (che rappresenta una figura leggendaria nella mitologia del romanzo di Adams: il coniglio nero della morte) è il terzo ed ultimo lavoro della band britannica e lasciate che dica che mentre scrivo sto ascoltando questo album e mi fa venire da piangere perché non posso non ripensare a tutto ciò che rappresenta questo ultimo capitolo di una carriera che vanta solo lati positivi. “Inlé” come dice il titolo è il disco che parla di morte. Il sound della band ora si è spostato verso le lande fosche e nuvolose del black metal e del post-rock. Le atmosfere sono molto più opprimenti le canzoni sono più rabbiose, più sofferte, claustrofobiche. E quello che nei due album precedenti era un grido sguaiato si è trasformato in grugniti e urla disumane, che esprimono grandemente le tematiche macabre e deprimenti dell’opera. “Fu Inlé” è il secondo pezzo del disco e rappresenta molto bene ciò che ho detto e insieme a “The Burial” sono due perle nere di ineccepibile bellezza. Va detto comunque che abbiamo anche momenti di groove davvero interessanti sopratutto in “Repubblic Of Heaven”. “Woundwort” invece è un pezzo dall’enorme potere meditativo per il suo carattere pesantemente serio. “The Sky Suspended” è un intervallo che ci fa respirare per un momento prima di passare a “Warren Of Snares”, brano di un’epicità colossale, incaricato di mettere la parola fine a questo monolite sonoro. Credetemi, lo fa benissimo, le sonorità sono tesissime, si ha l’impressione che qualcosa di male stia per accadere da un momento all’altro, invece non c’è altro che un’immensa disperazione che cresce e scoppia e travolge qualunque cosa sulla sua traiettoria, si cheta e scoppia ancora e si conclude come un respiro strozzato, come una candela che ha bruciato da entrambi i lati, troppo in fretta.

 

Finito.

DEAF – “Deaf”

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Come ho già detto, Bandcamp è una fonte inesauribile di grandi e inaspettate sorprese per quanto riguarda la musica underground, di cui sono un grande fan. Nell’underground musicale trovi sempre le cose più oneste e sincere e spontanee. Nel caso di oggi si tratta dei DEAF, band marchigiana, più precisamente di Gradara. Autori di uno speed thrash che va dritto al punto, senza arzigogoli, senza pizzi, senza nulla, nulla più del necessario. Purtroppo questa sarà una recensione davvero breve, perché questa band è davvero giovane e fino ad ora ha rilasciato solamente un ep della durata di poco meno di dieci minuti. Però giuro che in quel breve lasso di tempo in cui lo ascolti, senti tutto ciò di cui i ragazzi sono capaci, io mi vanto di aver un talento, ossia non sento solo quello di cui sono capaci, ma riesco anche a rendermi conto di cosa potrebbero fare nello spazio di un vero e proprio album e, credetemi, è tanta roba.

Il disco. “Deaf” è una scheggia, partiamo da questo presupposto, se non sei attento durante l’ascolto te lo perdi, perché è una corsa senza tregua. Chi tra i propri ascolti quotidiani ha i Gama Bomb, Municipal Waste, Dirty Rotten Imbecilles, Cryptic Slaughter e Stormtroopers of Death saprà certamente a cosa mi sto riferendo e può farsi un’idea della proposta dei DEAF, un vero massacro con il turbo. L’ep si apre senza nessun intro, parte proprio a razzo con “No Reaction”, pezzo che ti prende a pugni fin da subito e senza nemmeno chiedersi il perché, prosegue con “Earwax”, il brano forse più impietoso di tutto il lavoro per via della sua velocità e del suo incedere balordo e bastonante, “Paranoic” invece, il terzo pezzo, è secondo me la definitiva colonna sonora adatta ad una fuga da un branco di zombie affamati e incazzati, oppure per una rissa feroce in un bar. “Punish It” è il pezzo che chiude questo meraviglioso disco, si apre con un tritaticcio di note sul basso per poi evolversi in quello che mi ha ricordato moltissimo i primi Napalm Death, qui si può sentire tutta la furia della band, che in un minuto e diciannove secondi ti spara addosso una pioggia di sassi che ti colpiscono e ti lasciano ematomi che non verranno mai curati.

Il lavoro si conclude qui, in un brevissimo lasso di tempo, il tempo di un caffè che al posto di berlo te lo butti sugli occhi mentre è ancora bollente, non ho descritto i pezzi in ogni singolo dettaglio perché sarebbe meglio ascoltarli di persona e rendersi conto con le proprie orecchie. Detto questo vi saluto.

DEAF: http://deafmegarock.bandcamp.com/