Falling Giants – Enter the Abyss

Vi è mai capitato di andare a uno di quei concertini di piccole band totalmente sconosciute che risiedono solo a qualche chilometro da voi e di cui non avevate mai sentito parlare? E vi è mai capitato a uno di questi piccoli concerti di pensare: “ok, da qui a marzo ho in programma di vedere i Sunn O))), gli Obscura e i Taake, ma quasi quasi dopo aver visto questi non val la pena andare a quegli altri concerti…”? Beh, è quanto è successo, dalle mie parti c’era questo live di ben quattro band, anche se ne ho vista una sola, appunto questi Falling Giants da Ancona. Ovvio che quando in locandina vedo un nome e sotto tra parentesi “stoner/doom/sludge” io mi fiondo, anche se non so mai cosa aspettarmi e con loro l’effetto sorpresa è stato totale perché la definizione usata era molto basilare, in realtà c’è tanto, ma tanto di più. L’esibizione è stata meravigliosa, ci sono stati momenti in cui ho avuto la stessa sensazione che ho avuto quando ho visto gli Ahab dal vivo, quei momenti in cui ciò che senti è così profondo, così cupo e straniante che si ha l’impressione che manchi il pavimento sotto i piedi. Mezz’ora di mestizia e grandiosità musicale che non mi ha fatto rimpiangere nemmeno quel live devastante dei Downfall of Gaia che ancora brilla nella mia memoria. Ma andiamo al sodo.

La band anconetana è giovanissima e ha all’attivo solamente un ep, Enter the Abyss, ma che illustra benissimo quali sono le loro intenzioni.a0165795975_16Quando ci si addentra in questo piccolo antro tenebroso si provano un’infinità di sensazioni ambivalenti e non c’è nulla che si possa fare per non apprezzarne ogni sfumatura. Enter the Abyss è un lavoro chiaro e tridimensionale, che affonda le proprie radici nello stoner e nel doom, ma la realtà dei fatti è che ognuna delle tre tracce presenti qui presenta una enorme quantità di sfaccettature, tutte perfettamente legate tra loro, spesso quando una band suona questo tipo di musica fondendo diversi generi tra loro connessi tendono a definire molto bene le parti di un tipo e quelle di un altro, producendo pezzi che non sono mai fluidi, i Falling Giants invece fanno tutt’altro, ogni transizione è lenta e progressiva e questo fa si che si crei un vero e proprio flusso continuo e ininterrotto in cui doom, stoner, sludge, post-rock e hardcore convivono e collaborano armoniosamente e sinergicamente, non in modo codipendente come accade spesso, e tutta questa armonia la si può notare moltissimo nel dittico The Hunch, canzone in due parti in cui se si ha un minimo di conoscenza della musica si possono notare moltissimo le pesanti influenze di Cathedral, Candlemass, Electric Wizard, Black Sabbath e Yob, l’ultima forse è un dettaglio che ho colto solo per similitudine di suono, uno dei due chitarristi urla spesso come John Tardy degli Obituary (il ché è fantastico). The Ocracocke Song è la tgerza perla che compone il disco ed è forse il pezzo più melodico, con delle atmosfere da fine dei tempi, sonorità profondamente evocative che culminano con un coro perfetto portato da tutte voci e dagli strumenti (come ho detto: sinergia allo stato puro).

Come dico spesso, io posso scrivere talmente tante cose sulla musica che non ho idea di come scriverle, posso solo dare a parole solo una vaga idea (sopratutto in questo caso) di quanto a volte la musica sia dannatamente bella e commovente, piena di emozioni e sensazioni e impressioni. Non vi resta che l’ascolto, ritagliatevi del tempo per gustare ogni dettaglio.

Alla prossima

 

Concretizzazione di un progetto a lungo termine

Quest’anno ha finalmente visto la luce il primo capitolo di quella che a me piace considerare come una storia, o perlomeno un prolungamento del lavoro iniziato con il libro Storie dell’Altra Parte (raccolta di racconti horror pubblicata sul finire del 2018). Raw Flesh si presenta come una sorta di antipasto di un banchetto macabro di cui ogni portata è la rappresentazione della MIA visione delle cose. Ma quali cose? Semplice, una società che non capisco e a cui non penso di appartenere, la vera natura dell’orrore, la follia, il fascino e al contempo la paura dell’ignoto. La (diciamo) modalità con cui intendo portare avanti questo progetto può sembrare abbastanza atipica, in quanto ogni musicista cerca di costruirsi, o meglio riconoscere una propria identità musicale, focalizzarsi su quella, approfondirla e lavorarci. Questo è un aspetto che a me personalmente è sempre parso limitante, una sorta di auto confinamento, che non permette di esplorare ogni aspetto di quello che si sta facendo. Per questo ho pensato di non lavorare a dischi tutti dello stesso genere, sicuramente alcuni lo saranno, ma alla base c’è un desiderio di provare a cimentarmi in quasi tutti i generi musicali, fatta eccezione per cose come rap, elettronica e pop, dato che non li apprezzo. Forse c’è una vaga possibilità di un disco di musica elettronica, ma sarebbe comunque qualcosa di sporadico e non considerabile come mera elettronica, ma più ambient o comunque musica d’atmosfera non intesa come facente parte integrante del progetto, ma più che altro un esercizio, un uscire per un momento dalla musica suonata per così dire. Un po’ come fu per Celestite dei Wolves in the Throne Room o Lyckantropen Themes degli Ulver. Alcuni album sono già scritti, in attesa del momento giusto per essere incisi, ma sono stati pensati per un futuro, non troppo remoto certo, ma abbastanza prossimo e posso dire che sono tutti molto diversi tra loro. Un dettaglio importante è come ho deciso di caratterizzare questo progetto. Ogni disco è un capitolo di una storia, ma ho sempre provato uno strano e infondato disgusto per il cibo (naturalmente mi nutro regolarmente) e quindi ogni disco sarà sì un capitolo, ma allo stesso tempo anche una portata di un pasto molto più lungo. Raw Flesh, come annuncio nell’introduzione è solo un anipasto e mi è sembrato logico pensare a uno di quei pasti da matrimonio, con almeno una ventina di portate prima di arrivare al dessert e al caffé che in genere iniziano a mezzogiorno e finiscono alle sette di sera.

Questo primo album Raw Flesh, è partito da un’idea, ossia fare un dico punk, ma durante la stesura del disco, quello che scrivevo si è trasformato in hardcore e in men che non si dica è mutato ulteriormente in qualcosa di molto più vicino al crust, naturalmente il punk è percepibile nell’atmosfera come anche l’hardcore, ma i toni sono molto più vicini al grind e al crust, infatti in più di un’occasione, durante l’ascolto, alcuni pezzi mi hanno ricordato moltissimo i Cripple Bastards, in particolare nei pezzi Fango Méiis In Perpetuum, ma è più che altro un’impressione.

Raw Flesh è un disco che onestamente a me piace moltissimo, anche se probabilmente è solo affetto, dato che per un artista ogni sua opera è come una figlia. E esattamente come una figlia/o, tolto l’affetto che si può provare, ha anche i suoi difetti e un padre li nota, cerca di non farci caso, ma li nota, Raw Flesh ne ha tanti, a partire da un songwriting basilare, forse anche troppo basilare, ma questo è solo “COLPA” dell’idea originale da cui nasce il disco e sopratutto una qualità di suono abbastanza scadente data dal fatto che io non sono un tecnico di suoni e fino a pochissimo tempo fa non avevo nemmeno idea di cosa fose il mastering, anche se lo facevo già, ma sempre senza coscienza di cosa stessi facendo e quindi è venuto fuori quello che si può ben sentire nel disco.

Ma penso di aver detto fin troppo e sarebbe inutile cercare di dare a voi l’idea di come sia il mio album, èp decisamente meglio che un’idea ve la facciate da soli, quindi ve lo lascio qui sotto da ascoltare e alla prossima. E se vi va di dare un’occhiata al libro che ho scritto che menzionato a inizio articolo lascio il link anche di quello.

https://www.amazon.it/Storie-dellaltra-parte-Antonino-Sechi/dp/1731134185/ref=sr_1_9?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=storie+dell%27altra+parte&qid=1570880842&sr=8-9

 

Panopticon

La musica è una creatura vivente. Cresce, prende forma, cambia forma, si evolve, muta. Si adatta perfettamente alla creatività di chi la concepisce. Nel corso degli anni abbiamo visto nascere generi e sottogeneri e spesso anche sub-sottogeneri, ibridi e sottogenerei di ibridi… insomma un gran casino, ma un bel casino che partorisce sempre nuove cose, a volte buone, spesso pessime e qualche volta non proprio pessime, ma fondamentalmente inutili… basta vedere quanti sottogeneri del grindcore esistono, sono veramente a pacchi e si distinguono tutti da un minimo dettaglio, che può variare dal tipo di ritmiche, dallo stile vocale, dai testi eccetera eccetera… per non parlare poi del black metal, che ormai ne esiste di tutti i tipi e alcuni di cui il nome mi fa sorridere, come il UNBLACK METAL oppure CHRISTIAN BLACK METAL… mah. Comunque sia, spulciando quà e là (e giuro che ho dovuto ravanare nei meandri più oscuri) ho scoperto qualcosa che mi ha colpito e stupito tantissimo, perché fino a poco tempo fa pensavo di aver davvero sentito tutto, ma il progetto Panopticon, costituito da (se ho capito bene) una sola persona, un certo Austin L. Lunn.                               53977_artist                          Musicista a parere mio di grande talento e creatività. La sua proposta, un black metal molto classico unito al folk americano, badate bene che non sto parlando di country, niente stivali a punta, cintura con fibbione, cappello da cowboy e quadriglie. Si parla di quel folk americano che suona anche Steve Von Till, ma come ho detto accompagnato da un rabbioso black metal. In effetti anche nelle parti black, non si percepisce quella freddezza tipica del genere, è colorato, articolato ed evocativo. Quindi possiamo dire che di base i Panopticon fanno folk metal? Sì e no. Lo fanno, ma nulla che si avvicini anche minimamente a quelle sonorità a cui ci hanno abituato i vari gruppi europei come i Korpiklaani, Folk Stone, Arkona e Heidevolk, che pian piano, approfondendoli si finisce per confonderli tutti, senza capire chi sta suonando. Qui abbiamo di fronte un grande musicista che ha capito che il folk non è solo birra, sbornie, belle donne grasse (giuro che i molti testi dei gruppi folk metal europei spesso si parla di belle donne grasse… mah) e balli di gruppo. No, Lunn ha capito che il folk è tradizione e spesso nella tradizione ci sono anche radici oscure e tristi. Tutto questo lui lo traduce in sonorità che attanagliano le viscere dell’ascoltatore ferendolo, commovendolo ed emozionandolo in tutti i modi. Creando atmosfere suggestive che fanno pensare alle Great Plains e Rocky Mountains e a tutta la natura selvaggia che ancora rimane nel nord america.

0002782086_100.pngIl progetto Panopticon nasce nel 2007 e un anno dopo esce il primo album intitolato semplicemente Panopticon, un disco black metal, in cui le influenze folk ci sono, ma restano nell’ombra a fare solo da influenza anche se rendono la proposta decisamente atipica. Dopo un singolo, La Passione di Sacco e Vanzetti e due split (il primo coi Lake of Blood e il secondo con i Wheels Within Wheels) esce Collapse, secondo full-lenght, caratterizzato da un impronta più oscura nella facciata black metal e una ben più marcata presenza di quella folk. Collapse era davvero un gran disco, ma ancora imperfetto. Dovranno ancora uscire On The Subject of Mortality, qualche altro split album e Social Disservices (quest’ultimo e un capitolo estremamente oscuro e pesante, composto da soli quattro brani molto lunghi e di una tenebrosità inconcepibile, che ricorda parecchio i Wolves in The Throne Room) prima che il sound diventi quello definitivo dei Panopticon. Esce Kentucky un lavoro di inestimabile valore che vede l’ingresso nel sound generale della più riconoscibile musica tradizionale americana, la blue grass, l’inserimento di violini e banjo sono fondamentali per la riuscita di quest’album, che resta in ogni caso un disco black metal, ma più melodico, dalle atmosfere malinconiche. Ci sono momenti in cui si possono trovare elementi prettamente country, ma sono davvero sporadici, sono comunque resi davvero bene senza risultare cowboyeschi. Un lavoro da ascoltare per intero per poterne cogliere ogni sfumatura, ma due pezzi precisi devo menzionarli: Black Soot and Red Blood e Come All Ye Coal Miners. Due brani che sono un biglietto da visita. Tutto sommato, essendo un disco completo e assolutamente maturo, pecca nei suoni per colpa di una produzione ancora troppo acerba che ricorda a tratti una demo anziché un effettivo album.

Dopo due split album, uno con i Vestiges e l’altro con i Fall Of Rauros, esce Roads To The North, un disco che si presenta già molto differente da quanto fatto fino a ora, in quanto si percepisce un gusto quasi scandinavo in alcuni brani come The Echoes of Disharmonic Evensong che ricorda a tratti i primi Dark Tranquillity, ma senza mai dimenticare la propria idea. In effetti, se tralasciassimo One Last Fire e Norwegian Nights, questo disco è molto europeo, molto swedish, un connotato reso palese dalle ritmiche e dalle melodie di chitarra che hanno reso inconfondibili i vari In Flames, At The Gates, Dark Tranquillity e Omnium Gatherum.

Siamo nel 2015 ed esce Autumn Eternal. Quello che credo sia l’effettivo capolavoro. Con un’atmosfera di disperata tristezza, Autumn Eternal è un disco molto più paziente, più intenso. L’aura che emana è veramente opprimente, ogni brano è di un emotività struggente, grazie a un lavoro di chitarre decisamente più studiato e razionale, la velocità è stata diminuita in favore di una maggiore pienezza, melodia e atmosfera. Non più black metal yells, ma uno stile più pulito, più… harsh… grida insomma, che rendono più riconoscibili anche le lyrics, aspetto non di poca importanza nei Panopticon. Autumn è a differenza di Kentucky e Roads to the North un disco senza intermezzi folk, fatta eccezione per la intro Tamarack’s Gold Returns,  anche se nelle sonorità si sente comunque l’influenza del genere. Un brano su tutti che voglio consigliare è A Superior Lament, pezzo dotato di un’intensità immensa che commuove ed emoziona ricordando a tratti i colleghi europei Lantlôs. The Winds Farewell invece è un finale veramente da incorniciare, ci saluta con melodie altissime e agrodolci. Un capolavoro insomma, un lavoro di musica altissima che viene voglia di ascoltarlo infinite volte.

Passano due anni e Lunn rilascia ancora uno split, stavolta con i Waldgeflüster; Revisions Of Past, ossia una riedizione delle due grandi opere passate …On The Subject of Mortality e Social Disservices; e il singolo Sheep in Wolves Clothing primo singolo estratto dal disco che sarebbe uscito poco dopo.

Nel 2018 rilascia il disco in due parti The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness. Opera la cui prima parte è prettamente black metal, e le influenze folk quasi scompaiono. Questo possiamo considerarlo un disco a parte della discografia dei Panopticon, in quanto mentre lo si ascolta si ha costantemente la sensazione che sia stato fatto più per piacere personale di fare un disco black che continuare l’opera portata avanti fino a Autumn Eternal. La seconda parte invece è quasi interamente acustica, a mio parere il secondo capitolo è nettamente migliore del primo, date le sue atmosfere sognanti. E si ritorna di prepotenza a quello che era stato fin dall’inizio il progetto Panopticon, una creatura ben più che musicale, un’esperienza mistica solitaria nelle terre selvagge dell’america settentrionale. A Cross Abandoned e Echoes in the Snow sono la rappresentazione definitiva di cosa è questo disco, uno sguardo nostalgico verso orizzonti sconfinati e paesaggi che qualcuno come Lunn considera propria patria, casa e tomba.

Nel 2019 viene rilasciato Scars II (The Basics), la versione totalmente acustica con sole voce e chitarra che non aggiunge molto a un lavoro già di per sé perfetto, ma di sicuro non fa male, anzi, ci fa sentire come Austin non sia solo un musicista metal, ma anche un grande chitarrista acustico di enorme talento. Nello stesso anno esce  The Crescendo of Dusk, ep di soli due pezzi: la titletrack e The Labirynth. Questo piccolo lavoro si presenta con la prima canzone che è niente di meno che un pezzo tradizionale black metal, ma sempre pesantemente influenzato dalle atmosfere che permeano quasi tutti gli album della band, mentre The Labirynth è un brano acustico dal tono crepuscolare, in cui Lunn sembra più parlare con l’ascoltatore anziché cantargli una canzone.

Questi erano i Panopticon, progetto solista di un artista che è secondo a nessuno in quello che fa. E il fatto che tutto il suo lavoro è roba fatta in solitaria è ancora più impressionante perché qui c’è dietro un lavoro gigantesco, portato a termine con gusto e passione, senza compromessi. Roba veramente notevole. Consiglio a chiunque di ascoltare quanto ho descritto e di cercare di apprezzare ogni singolo particolare, perché c’è di cui godere quì.

Una piccola nota, se doveste appassionarvi a questo artista allora non perdetevi di vista band come i Weldgefluster, Drudkh, Fen, Steve Von Till e Scott Kelly. Detto questo vi saluto e alla prossima.

 

 

The Number Twelve Looks Like You – Wild Gods

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I T.N.T.L.L.Y. sono una band da cui non ci si può aspettare nulla, nel vero senso della frase, non è possibile farsi aspettative quando se ne escono con qualcosa di nuovo, ci si può solo aspettare che tirino fuori dal cilindro un nuovo capolavoro degno di quanto fatto fino a ora. E questa volta hanno veramente lavorato sodo puntando su questa loro caratteristica. La sorpresa è netta. Certo tutti sappiamo a che genere musicale questi ragazzi americani sono dediti, tutti sappiamo quanto schizzato e bipolare può essere il loro Mathcore, nulla a che vedere con illustri colleghi del calibro di Dillinger Esc. Plan o Coalesce, Botch o Converge o ancora Today Is The Day e Locust, questi sono tutti bravi ragazzi che suonano questo, ma si spingono sempre verso territori molto più famigliari al Grindcore. Loro no, loro fanno tutto il possibile per restare nel Mathcore puro, ma inserendo quà e là quel qualcosa che non gli appartiene, però fa sempre la sua bella figura. Diciamolo però, ci hanno abituato fin da quel lontano Put On Your Rosy Red Glasses a sonorità contorte, a momenti di carezze dolcissime per poi passare a bastonate roboanti con mazze chiodate, però questo Wild Gods è veramente la rappresentazione sonora della mente di un pazzo allucinato che di mattina ti offre il caffé e la brioche e alla sera lo devi legare. Perchè questa volta, oltre ai loro soliti inserti di free jazz così deliziosi e sublimi, ci sono anche brevi momenti doom e black, per non parlare di attimi altissimi di melodia che fanno dimenticare di stare ascoltando una band Mathcore.

Wild Gods si apre con Gallery Of Thrills, un pezzo meraviglioso che ci invoglia tantissimo con il suo free jazz d’apertura per poi trasformarsi in qualcosa di allo stesso tempo direttissimo e contorto. Tutto il disco è così, un susseguirsi di melodie sognanti e subdole aggressioni, e l’ascoltatore non può che venire colto continuamente alla sprovvista da una simile repentinità. Potremmo dire che quei momenti di melodia, ad un primo ascolto possono sembrare accomodanti, amichevoli, amorevoli, dei concierge estremamente posati e dotati di un galateo mai visto prima (un po’ come Lance Reddick in John Wick… presente?), ma la verità è che sono capziosi, insomma ti invitano a entrare, ti dicono “Prego, si accomodi, si sta bene quì…”, e subito dopo sei vittima di un linciaggio bello e buono. Ci sono in questo album dei dettagli davvero interessanti, come la terza traccia, Ruin The Smile, il cui intro ci ricorda moltissimo da vicino i vari Fleshgod Apocalypse, Septic Flesh, Dimmu Borgir, Ex Deo, band che hanno fatto della componente sinfonica la loro caratteristica, ma è solo un momento e ci stà benissimo, è proprio incastrato bene. C’è poi Tombo’s Wound, un autentico pezzo di bossa nova di classe, di gran classe, ma in chiave metal, il ché è notevole. Of Fear che è una sorta di elevazione dal piano terreno con la sua atmosfera eterea e paradisiaca. Interspecies invece è un intervallo dal tono notturno (che per qualche motivo mi ha ricordato la parte del videogioco Paper Mario in cui si andava a dialogare con gli spiriti delle stelle… vabbeh… non importa, lasciamo stare) che serve a introdurci alla parte più intenza di tutto il disco, la finale Rise Up Mountain, un concentrato di follia disperata e tristezza omicida, nell’ascolto di questo pezzo non si può fare a meno di immaginare uno di quei tristi clown da circo che in un momento si trasforma in Pennywise e divora tutto e dopo un breve solo di chitarra accompagnato da grida si trasforma ulteriormente in una deflagrazione di epica gloria, ma dura poco perchè prima della fine ci massacra nuovamente e poi tutto finisce nel vuoto. E così si conclude un nuovo capitolo della musica di qualità.

Questo è un disco intelligentissimo, che non può piacere a tutti, bisogna saperlo prendere dal verso giusto per poterne apprezzare non dico ogni singolo particolare, ma perlomeno nel complesso (questo è il motivo per cui ho descritto tutto con delle immagini). Penso che questo disco sia ottimo per iniziare ad ascoltare questa band, per poi andare a ritroso nella loro discografia.

Detto questo vi lascio e alla prossima.

TOOL – “Fear Inoculum” (tredici anni e sentirli tutti)

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Sono un fan accanito della band di Hollywood fin da quando vidi per la prima volta all’età di dieci anni il videoclip di “Stinkfist”. Ho praticamente divorato ogni loro album, imparato a memoria tutti i testi di tutti i pezzi. Posso riprodurre ogni loro singolo brano nella mia mente alla perfezione senza aver bisogno di ascoltarli. Ho imparato una grande quantità di loro pezzi con la chitarra. Visto tutto il materiale live presente su internet, andato a cercare il nome di Adam Jones nei titoli di coda dei film a cui ha dato il suo contributo per gli effetti speciali e scoperto la fonte d’ispirazione per i loro videoclip e ho atteso con grande speranza questo “Fear Inoculum”. I TOOL sappiamo tutti chi sono, non hanno nessun bisogno di presentazioni, per chi non lo sapesse, beh andasse ad ascoltarseli. Ho troppa voglia di esprimere ciò che sento e che provo riguardo l’ultimo lavoro di quella che è praticamente la mia band preferita in assoluto.

“Fear Inoculum” secondo la mia visione è arrivato esattamente come “Hardwired to self destruct” dei Metallica. Un titolo profetico quindi, nel secondo caso beh, si capisce, basta ascoltarlo per capire che Ulrich, Hammeth e soci si stanno effettivamente autodistruggendo, buttando fuori dischi che sono anche belli volendo, ma risentono del nome che c’è stampato sopra, insomma, finchè al mondo esistono Kill ‘em all, Ride the lighting, master of puppets, …and justice for all, qualunque loro lavoro risulterà scadente, per come la vedo io era meglio cambiare nome dopo il quarto lavoro o smettere proprio, qui arriviamo a Fera Inoculum, ed effettivamente la paura che nulla di nuovo sarebbe mai arrivato oppure che quello che avrebbero atteso per più di una decade non sarebbe stato all’altezza del già fatto l’hanno inoculata nelle vene di chi ha riposto speranze. Ma andiamo con ordine, 10.000 days uscì nel lontano 2006 e all’epoca venne ampiamente discusso, chi lo riteneva l’ennesimo loro capolavoro, chi riteneva avesssero “pisciato fuori dal vaso” (io faccio parte dei primi), in ogni caso venne accolto in ogni casa di chi ascoltasse i TOOL. Qui sorgono i primi due problemi: il pubblico che ha iniziato ad evolversi e rendersi conto del suo enorme potere e i TOOL stessi che se ne vengono fuori con lo “scherzo” del disco in arrivo che poi non è mai arrivato, inutile dire che i fan non l’hanno mai mandata giù questa. Passano gli anni e la probabilità di un effettivo nuovo disco si concretizza (ma ne passano ancora molti da che la possibilità muti in tangibilità). Ed ecco che spunta un altro problema: pubblico, internet e mercato s’incontrano e anche se a tutti noi piace il threesome, questi tre non sono affatto buoni compagni di letto, al contrario, ne viene fuori una belva assetata di tutto ciò che può ottenere, arrogante, avida, golosa, ingrata, impaziente e bramosa che non si rende nemmeno conto che i TOOL quando non pubblicano nulla significa che hanno altro da fare e, non sto citando solo i Pushifer e gli A Perfect Circle di Maynard, mi riferisco anche ai Seagulls, gli Zaum, Volto! e decine e decine di collaborazioni, (un po’ come quando la tua ragazza o il tuo ragazzo non ti risponde, non per forza significa che ti sta ignorando, magari sta dormendo, lavorando, mangiando, cacando o quello che vuoi, comunque il senso è lo stesso). Ma torniamo a noi, dicevo che il pubblico si è reso conto del suo potere e ha trovato un’arma di distruzione come internet, con il quale ha praticamente influenzato il mercato sia musicale che cinematografico che letterario in un modo talmente orrendo che ora è lui, il fottuto pubblico a decidere se un disco esce, se un film va rigirato, se un personaggio va riscritto e via dicendo. I TOOL, sinceramente, in tutto questo li vedo come vittime, ma allo stesso tempo come carnefici di loro stessi, dato che se fai venir fame a quella bestia che ho poc’anzi descritto, quella non se ne sta certo alla cuccia ad aspettare, no, spezza la catena, esce da quello che è il suo posto e ti morde, di divora, ti mastica e poi o ti sputa oppure ti digerisce. Infatti internet è stata la pubblica piazza in cui sono stati messi alla gogna i quattro musicisti, insultati, derisi, minacciati di morte (e conoscendo questo pubblico non stento a crederci) e forzati a fare qualcosa che forse avrebbero voluto fare con più calma o addirittura per niente.

Esce Fear Inoculum, la situazione degrada con la velocità di un meteorite che ha già preso fuoco a contatto con l’attrito generato dall’atmosfera. Il disco attira su di sé una valanga di fango (per non dire merda) perché non è come i fan se lo aspettavano… SONO I FOTTUTI TOOL! COSA CAZZO VOLEVATE? UN DISCO DIVERSO DA QUELLO CHE FANNO DI SOLITO (tra un attimo arrivo anche al disco eh)? Questa è una cosa mi fa veramente saltare i nervi, l’abominio di cui ho parlato poco fa deve imparare a godersi quello che ha, perché io ho notato una cosa atroce: in campo musicale si sta dando credito al primo idiota che viene pompato a dismisura solo perché fa figo al momento e magari di musica non se ne può nemmeno parlare e quando qualcuno di valore pubblica qualcosa gli si tira di tutto addosso solo perché non soddisfa le aspettative, esattamente come nel cinema, che quando esce un film originale il 90% del pubblico è “che schifo”, esce un remake e “che palle non fanno più nulla di originale”. ACCONTENTATEVI CAZZO!

Ora, Fear Inoculum è uscito accompagnato da dichiarazioni quali “ci siamo tolti un peso, avevamo troppa pressione addosso” e questo non lo puoi dire caro Maynard, non posso darti ragione, perché te la sei tirata addosso quella pressione dato che hai messo nighiate di pulci nell’orecchio alle persone quindi un po’ di quella merda che ti stanno tirando addosso te la meriti, non tutta eh, ma almeno un po’.

(ora mi calmo)… Comunque, Fear Inoculum, dopo tutto questo, penso sia un disco né più né meno all’altezza dei precedenti. Io capisco che le persone vogliano esprimere tutta la frustrazione dei tredici anni trascorsi e, posso anche capire che ci si possa anche sentire un po’ presi per il culo, ma Fear Inoculum è un gran disco. I TOOL sono una band non più di vent’enni e nonostante ciò hanno evoluto moltissimo il loro sound, basta ascoltare Culling Voices che si porta dietro una carica riflessiva e meditazionale che la stessa Riflection (Lateralus) se la sogna, Pneuma è un brano tesissimo che ascoltato con dovizia fa venire i brividi, ti pone sul ciglio di un baratro e poi ti spinge di sotto martellandoti con una prova di abilità di Carey che è disarmante. La opener Fear Inoculum è un canto divino, è un suono alieno che apre la mente a tutto ciò che sta per arrivare. Ah già, 7empest è la cosa più ossessiva, alienante e ipnotica che i quattro abbiano mai concepito, con sonorità che ascendono qualunque strato esistente sia fisico che astrale. E i brevi intermezzi? Li vogliamo sottovalutare? NO cazzo, Litanie contre la Peur, Legion Inoculant, Chocolate Chip Trip e Mockingbeat sono lì esattamente dove devo essere, poste strategicamente come le pedine degli scacchi e sono proprio loro a distrarti e toglirti l’attenzione da seguente attacco mentale.

In poche parole. Il pubblico ha definito questo disco non all’altezza dei precedenti o delle aspettative, io voglio indicarvi una chiave di lettura alternativa, VOI non siete ancora all’altezza di Fear Inoculum, perché quando si parla di un disco dei TOOL il “va capito e poi lo apprezzi” non è solo una frase fatta senza più valore, è esattamente la realtà. Onestamente non ho ben capito che cosa vi aspettavate, volevate un disco diverso? In quel caso vi sareste lamentati del fatto che i TOOL non sono più i TOOL, invece avete questo, ma siete ormai diventati tutti quelli che io chiamo Spotifyisti, gente che ha tutto subito, in un giorno potete ascoltare tonnellate di musica e un disco vi sa poco, troppo poco, perché vi siete dimenticati di cosa voglia dire ascoltare un disco, ma ascoltarlo davvero. Non lo sapete più fare. Dategli tempo, concedetegli del tempo, smettete di ascoltare qualunque altra cosa e concentratevi su questo, cancellate ogni ricordo dei dischi precedenti e smettete di fare paragoni dato che voi pensate che questo sia peggio, ma la realtà è che ancora da questo disco non è ancora uscita un hit come fu Schism per Lateralus, come fu Stinkfist per AEnima, Sober per Undertow, Hush per Opiate e The Pot per 10.000 Days. Liberate la mente e approndite l’ascolto che merita, rendetevi conto del disegno enorme che questa grande band ha illustrato.

Ho finito, questo è stato più uno sfogo che una recensione, me ne rendo conto, poi i gusti son gusti eh, ma le fette di salame negli occhi non le tollero proprio. Ah e aggiungerei una cosa, che i TOOL non hanno costretto nessuno su questa bicicletta, l’avete voluta voi, l’avete pretesa a gran voce… e adesso pedalate cazzo… e muti pure!

(Sì anche io uso Spotify, ma con criterio)

Fast Animals And Slow Kids + La Rappresentante di Lista @ MAMAMIA

La mia ormai ossessiva ricerca musicale mi ha portato ad uscire dai miei confini e ciò posto sono andato ad assistere ad un concerto di musica che mi rifiuto di chiamare Indie, dato che sono uno stronzo pignolo e quindi dirò brit rock/pop. Le due band in questione, FASK e LRDL sono entrambe realtà che si stanno facendo un nome nel panorama italiano, un nome assolutamente meritato in quanto indubbiamente consapevoli del fatto che un genere musicale come il loro, fino a oggi non è mai stato sfruttato al cento per cento, loro lo fanno. E credetemi se vi dico che al giorno d’oggi è solo la seconda volta che ascolto (la prima è stata con i Pinguini Tattici Nucleari, che mi hanno fatto vivere una pessima esperienza positiva… odio terribilmente quando una band di musicisti davvero capaci non suona qualcosa che esalti al massimo le capacità dei singoli membri) band brit rock fare qualcosa che non sia la copia sputata di quanto già fatto dai vecchi Television, The Jam, The Stranglers, The Clash, The Undertones e tutto il resto dell’allegra combriccola proto-punk pre Ramones/Sex Pistols.

Il concerto è stato aperto dai LRDL, che hanno dato vita a uno spattacolo meraviglioso, fatto di nebbia, luci e colori, l’energia positiva permeava l’aria in modo quasi tangibile, fenomeno reso concreto non solo dalla band, ma anche dal pubblico e, devo dire che poche volte ho assistito a una tale… “sottilità”(?) tra band e pubblico, pareva un unico essere (ai concerti della musica che ascolto io maggiormente si percepisce un forte divario tra le due entità, in cui uno è quasi divino mentre l’altro è l’adepto) e questo è un aspetto da non sottovalutare assolutamente. Considerando che il concerto è stata la prima volta che li ascoltavo (li avevo già sentiti in precedenza ma senza attenzione quindi non conta) sono rimasto positivamente stupito dalla performance. I musicisti sanno il fatto loro e alcuni suonano più di uno strumento, però non approssimativamente come spesso accade, al contrario, ogni strumento viene usato e suonato con una notevole consapevolezza di esso. I brani, da quel che ho potuto notare, nonostante una composizione classica risultano vari e colorati. La performance è stata di altissimi livelli, un tiro impressionante e un muro sonoro inespugnabile… e nonostante ciò (e su questo metto avanti le mani in quanto pensiero interamente mio), li ho trovati innocui, inoffensivi sul versante compositivo, ma questo è solo un difetto mio, dato che quando la ricerca musicale diventa parte integrante della vita di una persona, spesso si arriva a conoscere tanta musica, troppa musica, musica strana, indefinibile, partorita da menti di una genialità assoluta, ecco quando la situazione è questa, band come i LRDL li si percepisce come gradevoli sicuramente, di grandissima qualità senza dubbio, musicisti notevoli e impressionanti, ma che non colpiscono, non toccano QUEL nervo, non toccano QUEL sensore che ti fa rizzare i peli per l’assurdità di ciò che hai appena udito.

Seconda e ultima band sono stati i FASK. Questi li ho graditi un po’ di più, vuoi per i suoni leggermente più aggressivi, vuoi per un aura più malinconica che trasuda la loro proposta, ma li ho apprezzati più nel complesso che come musicisti singolarmente. Nei brani non si percepiscono sprazzi di tecnicismo di qualsivoglia tipo, però ogni brano ha quel qualcosa, che può essere un breve fraseggio, un attacco particolare o una dissonanza che fa drizzare le orecchiere ed esclamare “Oh!… interessante…”. Sicuramente c’era una dose massiccia in più di grinta nella performance a differenza della band che li ha preceduti, una grinta quasi punk. Infatti si può cogliere molto facilmente nel loro sound una chiara ispirazione al punk degli anni ’80 (tra l’altro il cantante stesso ha dichiarato di essere fan dei Bad Religion perciò… in un certo qual modo mi ha portato dalla loro parte). Non fraintendetemi, entrambe le esibizioni sono state un tripudio di sensazioni e potenza, ma in due modi diversi, i primi erano quasi teatrali, i secondi erano un bestia rabbiosa che ti prende a pugni. La musica dei FASK, almeno per come l’ho percepita io, pare uno strano connubio tra U2, Foo Fighters e qualunque band post-rock (o shoegaze se preferite), il tutto sbattuto in faccia a chi ascolta a suon di calci in bocca.

Devo dire che il concerto non è stato breve, al contrario, si è prolungato parecchio, ma non è stato affatto pesante, anzi. Ammetto anche che mi è piaciuto, tutto considerato, poi che io abbia le mie seghe mentali sulla musica sperimentale o meno è un altro discorso, il concerto è stato oggettivamente spettacolare, inattaccabile su tutti i fronti.

… solo c’è una breve considerazione che vorrei fare e che vorrei arrivasse direttamente alle due band a cui ho assistito ieri, a costo di inimicarmi ogni singolo membro, a costo di passare da arrogante (quale non sono). Oggi ho ascoltato con attenzione diverso materiale delle due band e devo dire che sono molto contento di averle ascoltate dal vivo per la prima volta anzichè da studio, perchè da studio (a questo punto devo pensare che sia una prerogativa del genere musicale in questione), la musica risulta piatta e senza profondità. E questo è pessimo perché non è accettabile che band che fanno musica buona, che fanno musica bella e anche interessante (se vogliamo) siano godibili unicamente dal vivo mentre da studio sono la rappresentazione sonora di un muro grigio. Non va bene assolutamente. Rendete i vostri dischi più profondi per favore, più tridimensionali. Perché è meglio poter godere di una buona band in entrambe le sedi, sia dal vivo che a casa in tranquillità.

Detto questo vi saluto e alla prossima

CLEARxCUT – “For the Wild at Heart Kept in Cages”

ClearXcut im Waldmeister, SolingenI CLEARxCUT, dalla Germania, quando li ho scoperti (solo da poche settimane), la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: “Caspita! sti ragazzotti sono bravi, sembrano saper fare benissimo quello che fanno, mi chiedo se abbiano mai fatto qualcosa in precedenza”, sulle prime nulla a parte un demo di circa undici minuti, poi ho scoperto che questa band è formata da membri degli Heaven Shall Burn, King Apathy e Implore e, allora tutto si spiega.

La band si cimenta in uno stile di hardcore già sperimentato da altre band quali i More Than Life e Dead Swans, ma a differenza loro, alla voce abbiamo una ragazza che fa sentire forte e chiaro la sua voce, ma sopratutto nella musica dei CLEARxCUT si notano le influenze dei vari membri, infatti sono evidenti gli sprazzi post-black metal e il metalcore, dettagli che arricchiscono grandemente la proposta del combo germanico. Il sound è compatto e solido, un muro di suono davvero duro che permea ogni spazio vuoto dell’apparato uditivo dell’ascoltatore, cosa non da poco.

Il sestetto affronta tematiche importanti che sembrano essersi perse negli ultimi tempi, sia nella musica che nella vita quali l’ambiente, lo schiavismo sia animale che umano, la libertà e l’equalità, argomenti tipici delle band straight edge. Come dicono loro stessi: “il pop odierno in cui si parla di sbronzarsi sulle spiagge sta diventando la colonna sonora della fine del mondo, noi sentiamo la necessità di esprimere il nostro parere su fatti decisamente più pressanti”.

Qualche parola sul loro primo disco, uscito proprio quest’anno. “For the Wild…” è un disco davvero consistente. Duro e aggressivo, ma anche melodico, con una forte personalità tendente alla tristezza e alla rabbia, un sound sempre equilibrato senza alcun picco di bassi e acuti, che dona al risultato finale un prodotto che può essere ascoltato da qualunque orecchio anche a volumi estremi in quanto sì aggressivo, ma mai violento. La caratteristica di questo album è che non ci sono momenti che spiccano sul resto, è tutto sullo stesso piano, tutto il disco è un altissimo apice di buona musica, gli autori sono ben consapevoli di come deve essere fatta la musica di qualità e danno frutto a tutta la loro esperienza per creare qualcosa di enorme valore. Se dovessi citare qualche pezzo del disco di particolare nota, sicuramente “Disgust” e “Collapse” che si portano dietro una grande carica di rabbia e forza.

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Detto questo non posso far altro che invitarvi all’ascolto istantaneo di questa grande band e spero ardentemente che continuino a creare tanta altra musica, per il bene di noi appassionati.

Un saluto e alla prossima.

Le nuove leve della musica

Sto osservando dei notevoli cambiamenti nel mondo della musica. Questo è notevole in quanto al giorno d’oggi è difficile immaginare di poter comporre musica che sia originale, anche se questo probabilmente lo avrà certamente pensato qualcuno che negli anni 60 ha sentito per la prima volta i Beatles e avrà detto “beh, ok, dopo di questo la musica non può evolvere ulteriormente”. Continuiamo a pensarlo, ma ogni tanto qualcosa di nuovo e inaspettato esce fuori, talvolta ci stupisce, talvolta no. E che ci piaccia o meno, la musica nuova avrà sempre degli appassionati che la seguono.

Vorrei partire dall’inizio di questi anni 2000. Esattamente quando si pensava che il metal non potesse più partorire nulla è uscito fuori il Djent, in realtà i Meshuggah lo suonavano già negli anni novanta, ma non si erano mai preoccupati di dare alla loro musica un nome e chi li ascoltava si limitava a dire che ascoltava i Meshuggah, all’epoca erano veramente inetichettabili, ma poi il buon Misha Mansoor dei Periphery ha pensato bene di di farlo e dato che non esisteva un vero e proprio termine per definire il genere, l’onomatopea della plettrata ( appunto Djent) rappresentava un’interessante scelta. Questo genere ha iniziato a spopolare verso il 2010 (e io ho seguito molto attentamente la sua crescita), ho visto nascere decine e decine di band e, immediatamente ho potuto notare quel fenomeno fastidioso secondo cui si forma la prima decina di band che sono fresche e originali e tirano fuori sempre roba nuova e poi le band clone, di quelle ne nascono ancora e sono veramente un pugno nei denti, ma per fotuna abbiamo sempre i Periphery, i Veil of Maya, Steling Axion, Vildhjarta e Meshuggah. Vanno poi citati come ottimi rappresentanti anche After the Burial e Born of Osiris, che venuti dal deathcore, hanno iniziato a fare djent a un certo punto e lo fanno benissimo. Oltretutto numerose band molto note nel panorama del progressive metal hanno iniziato nei loro dischi a buttare lì di tanto in tanto piccole spolverate di questo genere, vedi gli Haken o i Dream Theater.

Dato che ho citato il progressive metal ho da dire anche su questo, un genere che sembrava morto negli anni novanta o magari non morto, ma stanco e senza vie d’uscita, ora ha ritrovato una certa forza e vigore. Moltissime band si sono formate e nell’arco di questi ultimi anni ci hanno lasciato e continuano a lasciarci perle di enorme splendore, a partire dai Caligula’s Horse, Between The Buried And Me, Kingcrow, Distorted Harmony, Disperse, ecc ecc… artisti che hanno tanta voglia e sanno far felice un ascoltatore attento anche al minimo accenno di ripetizione.

Come potrei non citare il post-rock. Genere che ha preso una strada inaspettata, ma prevedibile, diventato quasi unicamente strumentale, basta andare ad ascoltare gruppi quali If These Threes Could Talk, God Is An Astronaut, Hiroshima, Explosions in the Sky. Devo essere sincero, a me non piace moltissimo, per un’impressione che mi da, mi pare sia pretenzioso, ma bisogna comunque ammettere che sta facendosi ascoltare da molti e ha di certo la sua schiera di fan. Io resto fan dei Sigur Ros, che possiamo benissimo definirli padri di questa corrente attuale.

C’è poi questa nuova corrente dell’indie-pop, che sta macinando probabilmente come pochissimi generi in precedenza. Tra le sua fila annovera artisti come Dodie, Billie Eilish, Orla Gartland, Oliver Riot, Declan McKenna e moltissimi altri. Davvero moltissimi, sarò sincero, nonostante viene considerata questa corrente come la voce di una generazione, a me non piace, di alcuni esponenti ne riconosco un reale valore, ma della maggior parte proprio no. Poi oh, gusto comanda sempre, a prescindere da quanto obiettivi si debba essere.

Ora, la musica io non penso che abbia dei veri limiti, i limiti stanno unicamente nella creatività dell’artista che la compone. E finchè esistono persone che hanno passione per questa forma d’arte la musica continuerà a evolversi e a volte mi chiedo in cosa si evolverò nei prossimi cinquant’anni.

Detto questo vi lascio alla prossima settimana.

(ah scusate stavo quasi per dimenticarmente, una delle ultime creature della musica moderna è sicuramente la trap, che niente… è solo stupida e inutile come il moccio al naso)

Rabea Massaad

0012516368_10Rabea Massaad non è un nome conosciutissimo almeno non nel panorama musicale più grande (mi spiego?), ma se si è dei frequentatori della youtube dei chitarristi certamente avete presente di chi parlo, in genere lui si occupa del testare chitarre, effetti e amplificatori. Oltre a questo è anche un musicista davvero talentuoso in quanto il suo modo di scrivere e comporre i suoi pezzi è molto colorato e variegato, non è strano sentire pezzi completamente diversi in un suo disco. Direttamente da Brighton, la sua proposta è un progressive metal caratterizzato da sonorità mai banali, infatti nel suo sound non è possibile cogliere alcuna influenza (a parte qualche soluzione che di tanto in tanto ricorda i Mastodon, anche se molto alla lontana).

In questi ultimi anni si è fatto notare grazie al progetto Dorje, una band progressive che basa la sua personalità su due regioni molto diverse della musica, ossia il djent e quel rock che ha reso noti al pubblico gruppi come i Creed e i Filter, un connubio che detto così potrebbe far pensare ad una chimera insensata, ma in realtà è materiale di grande spessore. Senza poi parlare del progetto Toska, un trio assieme a Dave Hollingworth e Ben Minal che suona sempre progressive, ma ancora diverso, molto più sperimentale ed atmosferico… cinematico direi quasi.

Ma oggi voglio parlare del progetto che porta il suo stesso nome, con cui per il momento ha rilasciato due dischi: “Grinding Gears” e “Grinding Gears Vol.2”.a1610704568_16a1885361728_16 Due dischi entrambi piacevolissimi da ascoltare, a meno che non siate persone che hanno per forza bisogno di sentire un cantante nella musica, perché questa è musica strumentale. Sono gli strumenti a cantare e, lo fanno benissimo. Siamo in un territorio esplorato già da altri bravissimi artisti come gli Intervals, Sithu Aye, Plini e moltissimi altri. Sorprendente è il fatto che ognuno du questi fa quel fa a modo suo.

La prima cosa che salta all’attenzione è la durata dei pezzi contenuti in entrambi i due album: nessun pezzo supera mai i tre minuti di durata tranne in qualche occasione in cui abbiamo pezzi da tre minuti e un quarto o giù di lì. E posso garantire che qualunque cosa voglia esprimere Rabea, lo fa benissimo in poche battute. Basta ascoltare “Old Guard” e “The Rags” nel primo disco e “In the Face of the Nameless” e “First Kontakt” nel secondo, perle di enorme valore artistico. Personalmente preferisco il secondo, “Grinding Gears Vol.2” in quanto decisamente più raffinato e ragionato del primo “Grinding Gears”, ma questo è puramente gusto personale. Ma sarebbe meglio se vi faceste un’idea da soli.

Detto questo vi lascio il link per ascoltare questo grande artista nella sua forma migliore. Alla prossima.

https://rabeamassaad.bandcamp.com/album/grinding-gears-vol-2

https://rabeamassaad.bandcamp.com/album/grinding-gears

Hell Brood

64861149_846489082417306_2977116130943959040_n.jpg64914141_370707033569272_690918362271711232_n.jpgSalve a tutti, oggi scrivo perché mi è stato segnalata una band interessante. Gli Hell Brood dalla provincia Pesarese sono autori di quel grindcore prettamente underground che a gente come me piace scoprire di tanto in tanto, esattamente come quando ho scoperto i Diorrhea e gli Tsubo. La band, nata nel 2010 pubblica il suo primo album nel 2013, “Lie Road”,a0006842279_16.jpg un disco adeguadatamente caotico da ben venti pezzi, venti chiodi di bara, estremamente affilati e caotici. Il disco in sé suona davvero bene e, a tratti ho percepito delle somiglianze nell’atmosfera a un disco conosciuto da pochi (purtroppo), “Created from No_Thing” dei Delirium X Tremens. Sparsi per il disco ci sono intermezzi di elettronica che donano al sound un carattere disturbato, malato direi quasi, da notare “Grind Brothers Tale”, pochi secondi che con poche parole e una musica rilassante fa pensare “aspetta, cosa ha appena detto”? In ogni caso il disco si fa ascoltare molto piacevolmente, senza problemi, senza generare nessun tipo di attrito nell’ascoltatore, anzi, non penso serva essere appassionati di grindcore per poterlo apprezzare a pieno, dato l’ascolto fila liscio, fluido e, in men che non si dica, si ha ascoltato un bellissimo disco di buona musica come piace a noi.

La band, dopo questo lavoro è costretta a fermarsi per un paio di anni, ma nel 2016 fanno ritorno, armati di un nuovo cantante e di materiale per un nuovo disco, nuovo disco che uscirà nel 2018 con il titolo “Logico Contorto”.a3380133910_16 Il sound, completamente stravolto, suona molto più old school e presenta influenze prettamente thrash e death (presente la svolta avuta dai Napalm Death con “Harmony Corruption”? circa la stessa storia), un cantato decisamente più folle (aiutato dal fatto che il cantante qui presente viene dalla scena black, e noi sappiamo quanto possano sembrare pazzi i cantanti black metal), che passa da growl cavernosi a scream da unghie strappate e strilli da manicomio (spettacolo n.d.a.). I testi sono tutti in italiano questa volta, non più in inglese e improntati su tematiche impegnate, riff di chitarra molto più precisi e distinti, una linea ritmica anch’essa molto più chiara di prima. Da notare che anche la lunghezza dei pezzi è cambiata, ora raggiungono quasi i tre minuti di lunghezza, un particolare notevole considerando che di grindcore si tratti. Un punto importante è sicuramente l’elemento memoria. Questo disco è composto da pezzi più memorabili, come “Louisiana”, “Tempi andati alle ortiche… Signor Preside” e “Se non son morti non li vogliamo”.

Nel 2019 esce uno split con i Subhuman Hordes, altra band grindcore italica, in cui sono presenti 3 dei pezzi migliori degli Hell Brood, tutti e tre da “Logico Contorto”.

Una band che consiglio di scoprire, con la giusta apertura mentale, dato che come sappiamo, questo non è un genere che tutti riescono ad ascoltare. Sinceramente, per come sono i miei gusti preferisco “Lie Road”, ma questo è mio gusto personale, “Logico Contorto” è di sicuro molto più maturo, ma tutto considerato è bene ascoltarli entrambi, dato che meritano moltissimo. Detto questo, lascio i link per ascoltarli direttamente e buona domenica a tutti.

 

https://hellbrood.bandcamp.com/album/logico-contorto-2018

https://hellbrood.bandcamp.com/album/lie-road-2013