Rimpolpare gli Antichi Fasti

Sappiamo, o almeno pensiamo che sottogeneri heavy metal come il death metal al giorno d’oggi non hanno più nulla da offrire. Questo è un pensiero che sovviene abbastanza autonomamente considerando cosa il mercato ci propone in questi anni. Le band che si sono fatte conoscere e amare negli anni ’80 e ’90 come i Morbid Angel, Suffocation, Entombed, Napalm Death, Malevolent Creation, Carcass e compagnia bella (forso solo i Nile riescono ancora a spiccare, ma di base la loro l’hanno già detta) mettono sul mercato lavori che in sostanza sono ricicli di ciò che li ha resi delle leggende e band che si sono fatte notare in questo nuovo millennio non destano più tanta attenzione, vedi gli Obscura, Gorod, Beyond Creation, Psycroptic, Arsis e tanti altri. Ma l’underground death metal in questi ultimi periodi sta partorendo realtà che non godono della giusta notorietà e ora andrò a parlarne in maniera il più esaustiva possibile perché è giusto spargere la voce e fare in modo che certe band vengano alla luce.

3540424830_logo.jpg I Fetid sono una delle poche band che ci riportano a un sound dal carattere decisamente marcio, oscuro e delirante. Da quanto ho potuto capire la band è attiva fin dal 2013, ma la prima effettiva uscita è stata nel 2017 con la demo Sentient Pile of Amorphous Rotuna breve ed estremamente eloquente dimostrazione di cosa ci si sarebbe aspettato da loro nel seguente full-lenght Steeping Corporal Mess. Un monolite di cattiveria e oscurità con un incedere lento, veloce, zoppicante (in questo caso sono pregi) e goffamente spaventoso che non si sentiva dai tempi di quel capolavoro che è Blessed Are The Sick dei Morbid Angel, ma confezionato con una maggior coscienza di ciò che questa musica può dare se suonata bene e con passione. I testi dei Fetid sono gloriosamente gore, ma nulla di troppo scabroso, per farla breve i testi non sono quelli dei Cannibal Corpse, sembra più che altro scritti da Isidore Lucien Ducasse. Pezzi come Cranial Liquiscent Dripping Sub-Tepidity sono lì a confermare quanto questi ragazzi di Seattle abbiamo perfettamente compreso cosa serve per fare in modo che il death metal quello vero, quello puro debba suonare.

3540347128_logo Da Chicago arrivano i Nucleus, band dedita a un death metal grezzo almeno quanto quello dei Fetid, ma che riprende le tematiche spesso affrontate dai Nocturnus, la fantascienza. Anche la musica riflette molto questa caratteristica, grazie a un songwriting articolato e un uso atipico di soluzioni contorte e alienanti. Tutto questo ricorda molto anche un’altra band che probabilmente fa parte delle maggiori influenze dei membri della band, i Voivod. La band nasce nel 2012 e da allora ha lavorato sodo e con grande impegno, rilasciando quasi ogni anno musica sempre nuova tra cui un singolo, una demo, due ep, uno split con i Macabra e due full-lenght. Il primo Sentient del 2016 è un lavoro a mio parere ancora immaturo e forse fin troppo elementare e approssimativo anche se già presentava le chiare intenzioni di questi ragazzi, ma è con Entity che mettono in pratica le loro vere abilità di musicisti e compositori. Un disco molto complesso e caratterizzato da una quantità di volti incalcolabile, capace di scatenare nell’ascoltatore uno smarrimento disarmante e un’alienazione propria del trovarsi in un altro pianeta con creature di cui non sono chiare le intenzioni. Arrival e Approach sono probabilmente i pezzi più caratteristici di questo lavoro, perle di enorme stranezza e bizzaria che fanno del disco un ascolto obbligatorio per chi ama questo genere.

3540421313_logo Dovuti sono da annoverare in questo articolo gli Equipoise da Pittsburgh, gruppo di ragazzi molto giovani tutt’altro che novizi, al contrario, potremmo quasi definirlo un supergruppo, composto da elementi provenienti da realtà di sostanza come Beyond Creation, Virulent Depravity, Inferi, The Fractured Dimension, Abigail Williams e Greylotus. Da una ricetta di questo tipo potremmo aspettarci niente di più e niente di meno che qualcosa ai limiti della tecnica musicale che per molti potrebbe senz’altro risultare noiosa e ridondante, ma Demiurgus del 2019 andrebbe ascoltato con una certa attenzione anche solo per un dettaglio, cioè il guitarwork che pare esser stato portato a termine da Steve Vai, non lo è ovviamente, ma la sua influenza è una costante quando si ascoltano gli assoli. Non c’è nulla di particolare da dire anche perché fondamentalmente non ci discostiamo molto da quanto già fatto da altre band quali Brought By Pain, First Fracture e Zenith Passage, però con atmosfere molto diverse, più cosmiche diciamo però in fin dei conti nulla di così notevole, ma comunque degno di nota. A Suite of my Flesh è il capitolo più particolare e interessante di quest’opera, che regala un solo di fretless bass da masturbazione totale e garantisco da bassista, è una goduria assoluta.

3540380975_logo Posso immaginare che dal logo si vada subito a pensare a qualche band goregrind allucinante e senza un verso, ma i Triumvir Foul da Portland sono uno degli ultimi (mi auguro di no) baluardi tra il death metal moderno che non offre nulla se non suoni plastici e quel meraviglioso terrore sonoro che usavano regalarci gli Incantation con quel magnifico capolavoro di Onward To Golgotha. I Triumvir Foul si rifanno molto a quel tipo di sonorità così oscure e corrotte, ma rendendole se possibile ancora più abissali giocando su una onnipresente influenza black metal. Sono una band molto giovane e attivi dal 2014 si sono messi d’impegno per colmare con grande sapienza quei buchi neri rimasti aperti a infettarsi come ferite nel panorama death metal. nel 2014 fecero rilasciano An Oath of Blood and Fire, un lavoro acido, immaturo, acerbo, ma che faceva già supporre dove la band voleva andare a parare con il primo album omonimo Triumvir Foul, un fiume putrescente di sangue ed escrementi, oscurità e malvagità sputate con grande ossessione attraverso testi malati e osceni, ma in qualche modo anche poetici (vi invito a leggere il testo di Labyrinthine https://www.metal-archives.com/albums/Triumvir_Foul/Triumvir_Foul/543847#3645219). Nel 2017 viene rilasciato Spiritual Bloddshed, secondo full-lenght che vede la band notevolmente maturata e consapevole delle proprie capacità, il sound è lo stesso del disco precedente, ma più spinto, più esagerato, più grave. Con una produzione legnosa che fa di questa perla un piccolo gioiellino di death metal artigianale. Ascoltare la bellissima Vomitous Worship in Rotting Tombs per capire meglio di cosa sto parlando. Quest’anno (2019) la band ci ha deliziato con Urine Of Abomination, un ep di una o quattro tracce (a seconda dell’edizione) che arricchisce la proposta dei Triumvir Foul e lo fa in modo razionale e contenuto, quasi costipato, in quanto il disco risulta meno aggressivo dei lavori precedenti, ma questo non ne intacca il valore, resta pur sempre grande musica, fatta da chi ne sa fare.

Ora, mi fermo qui perché potrei citarne molti altri e non finirei più, ma di certo non voglio mancare di fare almeno menzione di grandissime realtà quali Spectral Voice, Krypts, Ascended Dead, Pissgrave, Genocide Pact e… beh una volta che si comincia poi vengono tutti gli altri. Ce ne sono e vanno scoperti, vanno ascoltati e bisogna diffondere la voce secondo cui non ci sono solo Morbid Angel, Obituary, Immolation, Nile e compagnia, c’è ben altro e dobbiamo supportarlo.

La Scena Sopravvive

Durante la mia continua e ossessiva ricerca musicale sto assistendo a un curioso fatto. Tempo fa vidi un documentario intitolato La Scena – Il punk italiano degli anni ’90-  in cui vengono intervistati diversi artisti tra cui FFD, Punkreas, Derozer e via dicendo. In Tale documento viene spesso menzionata appunto la SCENA che non c’è più, ed è vero, ricordo benissimo quando da noi in Italia c’era questo grande fenomeno punk, certo non era nulla di enorme, ma sapeva farsi notare, ricordo che molte persone che musica non ne ascoltavano proprio, improvvisamente iniziavano ad ascoltare i vari Pornoriviste, Los Fastidios, Peter Punk, Cattive Abitudini, ecc ecc… io all’epoca ero un pischelletto che ascoltava Sepultura e Pantera,  però non disprezzavo certo il punk, ma gli anni passavano e piano piano assistetti a un graduale declino dell’interesse della gente verso questo genere, anche le riviste punk vennero chiuse e chi continuava ad ascoltarlo non parlava di nuove band, continuava a deliziarsi con le vecchie glorie, quindi ho cominciato a pensare “ah ma quindi il punk italiano è morto e via? peccato…”. Ora, un giorno incappo su youtube nel documentario citato qua sopra, ma mentre tutti i protagonisti dichiarano che la scena non esiste più io vengo a conoscenza di una valanga di band punk e hardcore italiane che sono vive e vegete e lavorano sodo e tirano fuori dei lavori veramente notevoli. Quindi mi chiedo: “In base a quale criterio dicono ciò che dicono? La scena c’è eccome, forse è un po’ più oscura e più relegata a un sottobosco ombroso fatto di circoli e piccoli club, ma c’è, è innegabile e, se mi è permesso forse è meglio che sia più nascosta”, io sono un sostenitore della teoria secondo cui quando la musica di qualità raggiunge un pubblico più ampio perde smalto e carattere… e qualità.

Ho per esempio scoperto gli Psychoanalisi, una band di Trento che propone un hardcore punk macchiato di d-beat e un qualsivoglia gusto metal che caratterizza notevolmente il songwriting attraverso ritmi più cadenzati e una più marcata intensità del sound generale. Esattamente quest’anno (2019) la band ha pubblicato un disco (uscito con Annoying Records) intitolato Musica Per Cervelli.a3486089800_16Un lavoro notevole, composto da otto tracce interamente cantate in italiano, grintosissime e molto articolate, fin troppo per il genere musicale, ma questa non è sicuramente una nota di demerito, anzi, semmai è un punto in più, comunque non è nulla di sbrodoloso, perché la considerevole consapevolezza di come si scrive un pezzo non è mai esagerata, ma sempre al servizio della musica. Se dovessi consigliare un pezzo in particolare di questo disco, beh, senza dubbio Ansia Pre-Parto, brano dotato di un nervosismo che fa un gran piacere e porta con se un carattere quasi bipolare. Forse l’unica cosa che mi sentirei di consigliare a questi ragazzi è… gridare un po’ di più, le clean vocals funzionano benissimo, ma con una musica così dinamica sarebbe piacevole avere una voce altrettanto incazzata, questo però è solo un mio pensiero che deriva da un mio gusto personale. In ogni caso questi ragazzi spaccano. Fanno qualcosa che al giorno d’oggi, in cui il genere è stato spolpato per bene, loro lo rinnavano e portano qualcosa di fresco.

Ma non sono gli unici, abbiamo i G.M.C. (La Grande Mietitrice di Cervelli), realtà nata dalle ceneri degli Astensione, è band molto più legata a un sound puramente hardcore, ma estremamente rabbioso e disperato, esasperato direi quasi. La band si presenta con una voce femminile fantastica, carica di odio e ci racconta una società malata e tutto ciò che ne consegue. L’anno scorso se ne sono usciti con Oblivious,a1438284919_16la rappresentazione sonora di un flagello fatto di rami di rovi, con spine avvelenate aggiungerei. Ogni pezzo e aggressivo e lancinante, praticamente una goduria continua. Devo dire che la loro proposta è stata abusata in questi ultimi anni, quindi non si può certo dire che brillino in originalità, ma sostanzialmente, al giorno d’oggi sono davvero pochi quei gruppi che risultano davvero originali, sul serio oh, si contano su una mano. Quindi vaffanculo, frega nulla se non sono originali, fa sempre piacere sentire pezzi come Hypnosis e Preda, sopratutto perchè non suonano plastici come la maggiorparte della musica moderna, al contrario, hanno un forte sapore (o puzza? in senso positivo) di sala prove, e questo è decisamente un pregio.

E potrei continuare. Potrei andare avanti a nominare un mucchio di band. Come per esempio i Congegno, Contrasto, gli Inedya, Fennek, Meatball Explosion, Collapse, Un Quarto Morto, Il Disagio, Il Male, Up To Date, Caino, Dick Dastardly, Plakkaggio HC, Gozzilla E Le Tre Bambine Con I Baffi, NoWhiteRag, Tutti I Colori Del Buio, Dotok e via dicendo. Non vado avanti perché potrei citarne a decine, ma veramente a decine. E tutto questo mi porta a pensare che mentre in quel documentario si parlava di una scena ormai morta, in realtà si parlava della loro scena e a posteriori inizio a pensare che dietro a certe dichiarazione c’è una malcelata insinuazione secondo cui il PUNK quello vero lo facevano solo loro, la verità è che loro ormai appartenenti a una fascia che va dai 40 ai 60’anni hanno sempre suonato il solito punk scanzonato, senza spessore e profondità (mi raccomando di capire che mi sto riferendo unicamente alla parte musicale, i testi non sono di mia competenza dato che fosse per me la musica sarebbe solo strumentale), chiuso in quelle quattro pareti che portano a suonare sempre gli stessi riff, gli stessi tempi con i soliti passaggi. Quelli che ho citato poco fa sono band che hanno preso quel punk così “povero” e l’hanno arricchito, infatti nessuno di loro suona la stessa cosa, ognuno ha le sue influenze, che vadano a pescare da black metal, dal grindcore, dal thrash metal, dal crust, ecc ecc… non importa, quello che conta è che questi sono musicisti che quella scena che non esiste più, la stanno facendo sopravvivere, l’hanno rinfrescata con un sound decisamente più evoluto, più consapevole del fatto che quei tre accordi in tutto non bastano a fare un pezzo, anni fa andava bene e funzionava, ma adesso non più, non tanto perché si darebbe l’idea di fare copia e incolla, ma perché si puzzerebbe di vecchio, di stantio. Infatti un disco di cui ho parlato in precedenza, Voja De Lavorà Saltame Addosso dei Monkeys Factory, per l’epoca era veramente tanta roba, quelle quattro pareti le rompeva completamente e guarda caso non arrivò a livelli di notorietà del suo coetaneo Paranoia E Potere, mai. Insomma quello che voglio dire è, la scena è viva, vivissima, ma voi non ne fate più parte, siete rmasti indietro a suonare qualcosa che ha fatto la stessa fine del nu metal. E poi fatemi dire che se lo spirito deve essere questo, allora quando Punkreas, Derozer e compagnia bella iniziavano a prendere piede avrei visto bene i vari Decibel, Gaznevada, Skiantos, Kandeggina Gang, Blue Vomit e Contropotere venirsene fuori dicendo “La scena è morta”. Insomma, mi sono spiegato, no?

Ad ogni modo, questa inizialmente doveva essere una recensione sulle due band di cui ho scritto a metà articolo, ma a un certo punto mi sono reso conto di avere qualcosa ch emi premeva dire, qualcosa che ritenevo importante. Ora l’ho detto e mi sono tolto un peso. Detto ciò vi lascio e alla prossima.

https://gmc-lagrandemietitricedicervelli.bandcamp.com/album/oblivious-2018

http://psychoanalisi.bandcamp.com/album/musica-per-cervelli

Monkeys Factory – Voja De Lavorà Saltame Addosso

Monkeys Factory - Voja De Lavora' Saltame Addosso! (front)

Partiamo da almeno una dozzina di anni fa, quando un giorno, mio fratello tornò a casa con una copia masterizzata di questo disco. All’epoca ascoltavo punk, il metal l’avevo già scoperto con i Pantera, ma non ero così informato/attrezzato per potermi dedicare interamente al genere, però per il punk sì, dato che ancora usciva lo storico speciale punk della rivista Rock Sound che aveva sempre allegato un sampler con tutte le uscite del periodo. Mi piacevano i vari Ska-P, i The Spits, Human Tanga, Evolution So Far, Spleen Flipper e via dicendo… ma quando ascoltai questo disco sconosciuto fu amore a primo ascolto. Non ne capivo molto di musica quella volta, mi piaceva, ma non la ascoltavo, quindi era tutto un gioco di sensazioni (non so se mi spiego). Col tempo, quella copia masterizzata scomparve e io me ne dimenticai. In questi giorni però Internet mi è venuto in aiuto, me lo ha fatto ritrovare (Internet è molto più utile alla vita delle persone di quanto si possa pensare). Ho dovuto aspettare almeno un paio di ore per riascoltarlo, non perché dubitassi di come fosse invecchiato nella mia memoria questo disco, ma perché sapevo di star per riascoltare una gemma di cui ero stato innamorato perdutamente. Una volta pronto ho iniziato ad ascoltarlo ed è stato come se lo stessi ascoltando per la prima volta (questo è successo una settimana fa, ancora adesso lo sto ascoltando almeno quattro volte al giorno).

Il genere è fondamentalmente un puro punk all’italiana, ma influenzato dall’hardcore e spesso dallo ska. Cantato interamente in italiano a parte un paio di pezzi che sono in dialetto capitolino. Uno dei punti forti di questo disco è la rabbia, c’è tanta rabbia nei testi. Sopratutto in pezzi come “29 luglio 1900” (tratta il fatto storico riguardante l’omicidio di Umberto I da parte di Gaetano Bresci), “Soltanto un’altra”, “Credere per non Pensare” e “Il Lato Sbagliato”. Abbiamo anche momenti molto divertenti come “Voja de lavorà”, “Marco fa il Tubaro”, “Politicanti” e “Caramba Song”. Tutti questi pezzi si potrebbe pensare, essendo punk, siano composti da soluzioni molto semplici e invece assolutamente no, sono fatti di riff di chitarra molto complessi per essere punk, linee di basso estremamente articolate e una batteria che pesta fortissimo. In “Credere per non Pensare” abbiamo anche una tromba per dare un carattere quasi western al pezzo. L’unico punto che lascia un po’ di amaro in bocca (ma totalmente trascurabile) è la chiarezza della voce che a volte ha delle mancanze e non fa capire benissimo le parole, colpa di una produzione molto artigianale. Che per quanto riguarda me, questo non può che essere un segno di passione e dedizione alla forma d’arte che si realizza. Perché non importa se il sound è grezzo quando la musica è bellissima. E lo è. Dopo aver ascoltato musica su musica io posso tranquillamente affermare che “Voja de lavorà saltame addosso” è uno dei migliori dischi italiani mai pubblicato e uno dei miei preferiti in assoluto.

Potrei dire in mille modi come questo disco sia meraviglioso, ma è meglio che ve lo ascoltatiate. E quindi prego. Alla prossima!

Voja de lavorà saltame addosso: http://www.youtube.com/watch?v=q5CetWyIacc&list=OLAK5uy_l0RU8zzKrj_EhYwZgokXmXfXDD-PlWGj4

Cripple Bastard – La Fine Cresce Da Dentro

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Ok… ci sono i Fleshgod Apocalypse, gli Absentia Lunae, gli Absu, i Bestial Vomit, ecc ecc… tutte band che dall’Italia (un paese da cui la maggior parte degli abitanti pensano non esca niente che non sia musica leggera) sparano fuori tutta la loro voglia di gridare e pestare forte attraverso le mille sfumature del metal. Ma nessuno, nessuno di quelli che ho nominato (e quelli che non ho nominato) riuscirà mai a eguagliare i grandi Cripple Bastard, band di Asti dedita al crust e al grindcore che dal lontano 1988 sputa odio su tutto e tutti, con testi spesso estremamente diretti, spesso estremamente criptici, quasi poetici negli ultimi dischi. A proposito degli ultimi dischi, nel 2018 è stato rilasciato “La Fine Cresce da Dentro”. Disco che mi ha colpito davvero tanto in quanto… diverso. Molto evoluto dai loro lavori soliti. Un disco che prima o poi doveva arrivare, dopo “Variante alla Morte”, “Frammenti di Vita” e “Nero in Metastasi”, questo non poteva che essere il più logico risultato.

L’album è decisamente più raffinato dei precedenti, ma questo non ne compromette la solidità, al contrario, se possibile quello che sentiamo è più completo, più compatto e allo stesso tempo di una potenza letale che non lascia scampo e non fa prigionieri. Il sound è stato arricchito da soluzioni melodiche sparse quà e là che donano della dinamica al lavoro nella sua interezza. Non più solo grindcore insomma, ma anche death metal, di quello fatto bene oltretutto. Come ogni disco dei Cripple che si rispetti, “La Fine…” non scende a compromessi e non si perde in intro superflue, “Suicidio Assistito” (prima traccia), “Non Coinvolto”, “Chiusura Forzata” e “Sguardo Neutro” ce ne danno una prova concreta. I testi sono nichilisti come loro solito e personalmente resto sempre molto stupito dalla complessità di questi. Sopra ho scritto che questo disco sembra molto diverso dai precedenti per diversi motivi, ma uno in particolare è la quantità di momenti che spiccano per l’intera durata dell’album, che possono essere anche un solo fraseggio di chitarra, ma che si erge sopra tutto il resto e questo porta a ricordarlo molto chiaramente, cosa che accade molto di rado nel grindcore.

“La Fine Cresce da Dentro” è un disco che va ascoltato più volte, occorre assorbire ogni dettaglio di ciò che contiene per poterne apprezzare le svariate sfaccettature. E lo consiglio a chi ha voglia di qualcosa che sia sì pesante e aggressivo, ma anche colorato (di sfumature del nero, del rosso e del grigio).

Detto questo vi lascio e alla prossima settimana.

 

Hell Brood

64861149_846489082417306_2977116130943959040_n.jpg64914141_370707033569272_690918362271711232_n.jpgSalve a tutti, oggi scrivo perché mi è stato segnalata una band interessante. Gli Hell Brood dalla provincia Pesarese sono autori di quel grindcore prettamente underground che a gente come me piace scoprire di tanto in tanto, esattamente come quando ho scoperto i Diorrhea e gli Tsubo. La band, nata nel 2010 pubblica il suo primo album nel 2013, “Lie Road”,a0006842279_16.jpg un disco adeguadatamente caotico da ben venti pezzi, venti chiodi di bara, estremamente affilati e caotici. Il disco in sé suona davvero bene e, a tratti ho percepito delle somiglianze nell’atmosfera a un disco conosciuto da pochi (purtroppo), “Created from No_Thing” dei Delirium X Tremens. Sparsi per il disco ci sono intermezzi di elettronica che donano al sound un carattere disturbato, malato direi quasi, da notare “Grind Brothers Tale”, pochi secondi che con poche parole e una musica rilassante fa pensare “aspetta, cosa ha appena detto”? In ogni caso il disco si fa ascoltare molto piacevolmente, senza problemi, senza generare nessun tipo di attrito nell’ascoltatore, anzi, non penso serva essere appassionati di grindcore per poterlo apprezzare a pieno, dato l’ascolto fila liscio, fluido e, in men che non si dica, si ha ascoltato un bellissimo disco di buona musica come piace a noi.

La band, dopo questo lavoro è costretta a fermarsi per un paio di anni, ma nel 2016 fanno ritorno, armati di un nuovo cantante e di materiale per un nuovo disco, nuovo disco che uscirà nel 2018 con il titolo “Logico Contorto”.a3380133910_16 Il sound, completamente stravolto, suona molto più old school e presenta influenze prettamente thrash e death (presente la svolta avuta dai Napalm Death con “Harmony Corruption”? circa la stessa storia), un cantato decisamente più folle (aiutato dal fatto che il cantante qui presente viene dalla scena black, e noi sappiamo quanto possano sembrare pazzi i cantanti black metal), che passa da growl cavernosi a scream da unghie strappate e strilli da manicomio (spettacolo n.d.a.). I testi sono tutti in italiano questa volta, non più in inglese e improntati su tematiche impegnate, riff di chitarra molto più precisi e distinti, una linea ritmica anch’essa molto più chiara di prima. Da notare che anche la lunghezza dei pezzi è cambiata, ora raggiungono quasi i tre minuti di lunghezza, un particolare notevole considerando che di grindcore si tratti. Un punto importante è sicuramente l’elemento memoria. Questo disco è composto da pezzi più memorabili, come “Louisiana”, “Tempi andati alle ortiche… Signor Preside” e “Se non son morti non li vogliamo”.

Nel 2019 esce uno split con i Subhuman Hordes, altra band grindcore italica, in cui sono presenti 3 dei pezzi migliori degli Hell Brood, tutti e tre da “Logico Contorto”.

Una band che consiglio di scoprire, con la giusta apertura mentale, dato che come sappiamo, questo non è un genere che tutti riescono ad ascoltare. Sinceramente, per come sono i miei gusti preferisco “Lie Road”, ma questo è mio gusto personale, “Logico Contorto” è di sicuro molto più maturo, ma tutto considerato è bene ascoltarli entrambi, dato che meritano moltissimo. Detto questo, lascio i link per ascoltarli direttamente e buona domenica a tutti.

 

https://hellbrood.bandcamp.com/album/logico-contorto-2018

https://hellbrood.bandcamp.com/album/lie-road-2013

Choosing Death

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In genere mi sono sempre tenuto lontano dai libri che trattano il tema della musica, indipendentemente da quale fosse il format, però devo dire di averne trovato finalmente uno davvero interessante e degno di esser letto. Choosing Death non è un’analisi, non è una lista di dischi fondamentali. Choosing Death è storia, raccontata da chi la storia l’ha vissuta e l’ha fatta. Ammetto che durante la lettura delle prime sessanta/settanta pagine ho iniziato a pensare che fosse più un libro per i fan di punk e hardcore, ma senza rendermene conto sono arrivato a leggere aneddoti raccontati direttamente da Mick Harris, Trey Azagthoth, Lee Dorrian e praticamente chiunque avesse avuto a che fare con il metal estremo dagli anni ’80 ad oggi. Non solo musicisti quindi, ma anche produttori, giornalisti (uno fra tutti appunto l’autore del libro Albert Mudrian), conduttori radiofonici… chiunque abbia vissuto almeno in parte la storia della nascita e dello sviluppo del metal estremo. Si tratta insomma di un’avventura alla scoperta di personaggi particolari, a volte anche bizzarri ed eccentrici, a volte dei semplicissimi ragazzini che avevano tanta voglia di dire la propria opinione, nell’unico modo che secondo loro era più adeguato. Questo libro ha anche un altro punto estremamente importante, i nomi delle band, io giuro, che nonostante la mia vasta conoscenza in questo campo, ho scoperto nomi che mi erano sfuggiti durante la mia formazione, quindi questo libro è utile anche a tal proposito. Forse l’unica nota negativa è che vengono citati aneddoti che potrebbero portare a riconsiderare il rispetto che si ha per un dato musicista. Perché sono stati giovani anche loro e, chi è che non ha mai combinato qualche guaio da giovane?

L’opera tratta da vicino le diverse fasi temporali dello sviluppo di questa musica, racconta di come Europa e USA abbiano dato alla luce due realtà molto differenti tra loro, che con il tempo si sono mescolate e si sono evolute grazie ad un sano scambio, un “dare e avere” che nel mondo della musica sta alla base dell’evoluzione stilistica di qualunque musicista. Ogni capitolo è pieno di dettagli storici che accrescono la completezza dell’opera, per non parlare poi delle foto storiche che contiene, gioiellini speciali di un’epoca ormai andata. Un dettaglio non indifferente è la menzione a più rimandi del cosiddetto “tape trading”, ossia il vecchio metodo con cui le band spargevano in giro il loro nome, scambiandosi le demo su nastro per posta e di mano in mano, in questo modo la loro musica arrivava ovunque, certo, non così velocemente come con internet, ma il senso era lo stesso, solo che c’era decisamente più impegno e più passione.

Come libro in sé per sé appare chiaro e conciso, senza perdersi e divagare mai, si fa leggere molto bene e velocemente. Quanti altri motivi servono per leggere questo lavoro?

Va detto che non è un libro molto facile da reperire nei negozi, ma se siete dei compratori online compulsivi lo potrete trovare facilmente su ogni piattaforma.

https://www.amazon.it/Choosing-death-Limprobabile-storia-grindcore