Panopticon

La musica è una creatura vivente. Cresce, prende forma, cambia forma, si evolve, muta. Si adatta perfettamente alla creatività di chi la concepisce. Nel corso degli anni abbiamo visto nascere generi e sottogeneri e spesso anche sub-sottogeneri, ibridi e sottogenerei di ibridi… insomma un gran casino, ma un bel casino che partorisce sempre nuove cose, a volte buone, spesso pessime e qualche volta non proprio pessime, ma fondamentalmente inutili… basta vedere quanti sottogeneri del grindcore esistono, sono veramente a pacchi e si distinguono tutti da un minimo dettaglio, che può variare dal tipo di ritmiche, dallo stile vocale, dai testi eccetera eccetera… per non parlare poi del black metal, che ormai ne esiste di tutti i tipi e alcuni di cui il nome mi fa sorridere, come il UNBLACK METAL oppure CHRISTIAN BLACK METAL… mah. Comunque sia, spulciando quà e là (e giuro che ho dovuto ravanare nei meandri più oscuri) ho scoperto qualcosa che mi ha colpito e stupito tantissimo, perché fino a poco tempo fa pensavo di aver davvero sentito tutto, ma il progetto Panopticon, costituito da (se ho capito bene) una sola persona, un certo Austin L. Lunn.                               53977_artist                          Musicista a parere mio di grande talento e creatività. La sua proposta, un black metal molto classico unito al folk americano, badate bene che non sto parlando di country, niente stivali a punta, cintura con fibbione, cappello da cowboy e quadriglie. Si parla di quel folk americano che suona anche Steve Von Till, ma come ho detto accompagnato da un rabbioso black metal. In effetti anche nelle parti black, non si percepisce quella freddezza tipica del genere, è colorato, articolato ed evocativo. Quindi possiamo dire che di base i Panopticon fanno folk metal? Sì e no. Lo fanno, ma nulla che si avvicini anche minimamente a quelle sonorità a cui ci hanno abituato i vari gruppi europei come i Korpiklaani, Folk Stone, Arkona e Heidevolk, che pian piano, approfondendoli si finisce per confonderli tutti, senza capire chi sta suonando. Qui abbiamo di fronte un grande musicista che ha capito che il folk non è solo birra, sbornie, belle donne grasse (giuro che i molti testi dei gruppi folk metal europei spesso si parla di belle donne grasse… mah) e balli di gruppo. No, Lunn ha capito che il folk è tradizione e spesso nella tradizione ci sono anche radici oscure e tristi. Tutto questo lui lo traduce in sonorità che attanagliano le viscere dell’ascoltatore ferendolo, commovendolo ed emozionandolo in tutti i modi. Creando atmosfere suggestive che fanno pensare alle Great Plains e Rocky Mountains e a tutta la natura selvaggia che ancora rimane nel nord america.

0002782086_100.pngIl progetto Panopticon nasce nel 2007 e un anno dopo esce il primo album intitolato semplicemente Panopticon, un disco black metal, in cui le influenze folk ci sono, ma restano nell’ombra a fare solo da influenza anche se rendono la proposta decisamente atipica. Dopo un singolo, La Passione di Sacco e Vanzetti e due split (il primo coi Lake of Blood e il secondo con i Wheels Within Wheels) esce Collapse, secondo full-lenght, caratterizzato da un impronta più oscura nella facciata black metal e una ben più marcata presenza di quella folk. Collapse era davvero un gran disco, ma ancora imperfetto. Dovranno ancora uscire On The Subject of Mortality, qualche altro split album e Social Disservices (quest’ultimo e un capitolo estremamente oscuro e pesante, composto da soli quattro brani molto lunghi e di una tenebrosità inconcepibile, che ricorda parecchio i Wolves in The Throne Room) prima che il sound diventi quello definitivo dei Panopticon. Esce Kentucky un lavoro di inestimabile valore che vede l’ingresso nel sound generale della più riconoscibile musica tradizionale americana, la blue grass, l’inserimento di violini e banjo sono fondamentali per la riuscita di quest’album, che resta in ogni caso un disco black metal, ma più melodico, dalle atmosfere malinconiche. Ci sono momenti in cui si possono trovare elementi prettamente country, ma sono davvero sporadici, sono comunque resi davvero bene senza risultare cowboyeschi. Un lavoro da ascoltare per intero per poterne cogliere ogni sfumatura, ma due pezzi precisi devo menzionarli: Black Soot and Red Blood e Come All Ye Coal Miners. Due brani che sono un biglietto da visita. Tutto sommato, essendo un disco completo e assolutamente maturo, pecca nei suoni per colpa di una produzione ancora troppo acerba che ricorda a tratti una demo anziché un effettivo album.

Dopo due split album, uno con i Vestiges e l’altro con i Fall Of Rauros, esce Roads To The North, un disco che si presenta già molto differente da quanto fatto fino a ora, in quanto si percepisce un gusto quasi scandinavo in alcuni brani come The Echoes of Disharmonic Evensong che ricorda a tratti i primi Dark Tranquillity, ma senza mai dimenticare la propria idea. In effetti, se tralasciassimo One Last Fire e Norwegian Nights, questo disco è molto europeo, molto swedish, un connotato reso palese dalle ritmiche e dalle melodie di chitarra che hanno reso inconfondibili i vari In Flames, At The Gates, Dark Tranquillity e Omnium Gatherum.

Siamo nel 2015 ed esce Autumn Eternal. Quello che credo sia l’effettivo capolavoro. Con un’atmosfera di disperata tristezza, Autumn Eternal è un disco molto più paziente, più intenso. L’aura che emana è veramente opprimente, ogni brano è di un emotività struggente, grazie a un lavoro di chitarre decisamente più studiato e razionale, la velocità è stata diminuita in favore di una maggiore pienezza, melodia e atmosfera. Non più black metal yells, ma uno stile più pulito, più… harsh… grida insomma, che rendono più riconoscibili anche le lyrics, aspetto non di poca importanza nei Panopticon. Autumn è a differenza di Kentucky e Roads to the North un disco senza intermezzi folk, fatta eccezione per la intro Tamarack’s Gold Returns,  anche se nelle sonorità si sente comunque l’influenza del genere. Un brano su tutti che voglio consigliare è A Superior Lament, pezzo dotato di un’intensità immensa che commuove ed emoziona ricordando a tratti i colleghi europei Lantlôs. The Winds Farewell invece è un finale veramente da incorniciare, ci saluta con melodie altissime e agrodolci. Un capolavoro insomma, un lavoro di musica altissima che viene voglia di ascoltarlo infinite volte.

Passano due anni e Lunn rilascia ancora uno split, stavolta con i Waldgeflüster; Revisions Of Past, ossia una riedizione delle due grandi opere passate …On The Subject of Mortality e Social Disservices; e il singolo Sheep in Wolves Clothing primo singolo estratto dal disco che sarebbe uscito poco dopo.

Nel 2018 rilascia il disco in due parti The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness. Opera la cui prima parte è prettamente black metal, e le influenze folk quasi scompaiono. Questo possiamo considerarlo un disco a parte della discografia dei Panopticon, in quanto mentre lo si ascolta si ha costantemente la sensazione che sia stato fatto più per piacere personale di fare un disco black che continuare l’opera portata avanti fino a Autumn Eternal. La seconda parte invece è quasi interamente acustica, a mio parere il secondo capitolo è nettamente migliore del primo, date le sue atmosfere sognanti. E si ritorna di prepotenza a quello che era stato fin dall’inizio il progetto Panopticon, una creatura ben più che musicale, un’esperienza mistica solitaria nelle terre selvagge dell’america settentrionale. A Cross Abandoned e Echoes in the Snow sono la rappresentazione definitiva di cosa è questo disco, uno sguardo nostalgico verso orizzonti sconfinati e paesaggi che qualcuno come Lunn considera propria patria, casa e tomba.

Nel 2019 viene rilasciato Scars II (The Basics), la versione totalmente acustica con sole voce e chitarra che non aggiunge molto a un lavoro già di per sé perfetto, ma di sicuro non fa male, anzi, ci fa sentire come Austin non sia solo un musicista metal, ma anche un grande chitarrista acustico di enorme talento. Nello stesso anno esce  The Crescendo of Dusk, ep di soli due pezzi: la titletrack e The Labirynth. Questo piccolo lavoro si presenta con la prima canzone che è niente di meno che un pezzo tradizionale black metal, ma sempre pesantemente influenzato dalle atmosfere che permeano quasi tutti gli album della band, mentre The Labirynth è un brano acustico dal tono crepuscolare, in cui Lunn sembra più parlare con l’ascoltatore anziché cantargli una canzone.

Questi erano i Panopticon, progetto solista di un artista che è secondo a nessuno in quello che fa. E il fatto che tutto il suo lavoro è roba fatta in solitaria è ancora più impressionante perché qui c’è dietro un lavoro gigantesco, portato a termine con gusto e passione, senza compromessi. Roba veramente notevole. Consiglio a chiunque di ascoltare quanto ho descritto e di cercare di apprezzare ogni singolo particolare, perché c’è di cui godere quì.

Una piccola nota, se doveste appassionarvi a questo artista allora non perdetevi di vista band come i Weldgefluster, Drudkh, Fen, Steve Von Till e Scott Kelly. Detto questo vi saluto e alla prossima.

 

 

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