Mess Excess – “From Another World Pt.1”

Negli ultimi giorni sono caduto parecchie volte nel baratro dell’indecisione, una sensazione terrificante che genera panico e a volte porta a minuti interi di arrovellamenti infiniti… mi domandavo: Cosa ascolto? Vi assicuro che non è una cosetta da niente, anzi. Questo tipo di problema si pone nel momento in cui ti sei creato un background culturale musicale troppo grande, davvero troppo grande, perché a un certo punto non si sa più cosa ascoltare. Si ha bisogno di roba nuova, ma dove la si trova la roba nuova? In teoria internet è una fonte inesauribile di informazioni, però a volte, può darsi che anche internet di dica “Oh, guarda non ho più nulla per te, mi dispiace…”. Ecco perché l’indecisione, ecco perché il panico.

Un giorno ho pensato di chiedere aiuto alle persone su facebook e, un tizio di nome Andrea Giarracco mi consiglia i Mess Excess, non li conoscevo, do un ascolto veloce, mi stupiscono all’istante, lo ricontatto, gli dico “Cavolo, sono forti questi quà!” e lui risponde: “Grazie mille. La mia band”. La voglia di scriverci qualcosa è cresciuta immediatamente. Quindi andiamo alle cose serie.

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Io sono da qualche anno un fan del progressive metal, ne adoro sopratutto il fatto che come genere musicale non presenti alcun limite, nessun confine, può pescare a piene mani da qualunque genere senza mai sembrare fuori posto, quando fai progressive metal puoi fare praticamente tutto proprio perché lo dice il termine stesso, è progressivo, ma non solo, è progressista. E questi Mess Excess seguono alla perfezione questa linea di pensiero. Non si preoccupano di cosa suonano, suonano e basta, suonano un progressive metal che spesso va a recuperare sonorità care sia ai Dream Theater per quanto riguarda il progressive più classico che ai Tristania e Madder Mortem per quanto riguarda le influenze goth. “From… pt.1” si presenta come un concept particolarmente storydriven, la trama tratta quelle storie da spionaggio sci-fi che io adoro. Si parla di un mondo in cui la popolazione si trova inconsapevolmente governata dalle società segrete (o almeno questo è ciò che ho carpito io), in mezzo a questo marasma viene compiuto un omicidio, giustificato comunicando che la vittima era un terrorista. Ma non siamo quì per parlare di questo, ciò che ci interessa è la musica. E quella è davvero molto bella e fatta a regola d’arte.

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Tolto il logo della band, che adoro, mi ricorda i loghi delle band thrash metal degli anni ’80, tipo i Toxic, Watchtower o gli Anthrax… l’album è piacevole da ascoltare e non annoia mai, tutte le soluzioni sono perfettamente collegate tra di loro e creano un tessuto sonoro che non crea mai attrito nell’ascoltatore. Potresti ascoltare l’album venti volte senza accorgertene, proprio perché è estremamente fluido, il cervello di chi ascolta inizia a percepirlo come suono ambiantale basilare già dai primi minuti di “Amazing Dystopia” (primo brano che compone questo piccolo grande lavoro). Ovvio che questo succede se lo si ascolta in qualità di sottofondo musicale per le faccende domestiche, ma se ci si mette ad ascoltarlo con attenzione si possono cogliere tutte le soluzioni, spesso molto originali. Un punto assolutamente positivo in questo disco è il fatto che non ci sono perdite di tempo, tutti i brani hannno un loro sentiero, che inizia e finisce, senza mai divagare con articolazione che potrebbero risultare di troppo. Che per carità, io sono un fan sfegatato delle suite da 20 minuti strumentali a cui le band progressive ci abituano, ma qui non ce n’era assolutamente bisogno e sono felice che la band abbia optato per un approccio più diretto. Certo che i pezzi prsenti non sono brevi, ma neanche troppo lunghi, insomma c’è una media dei 6/7 minuti. Le lyrics sono state interamente scritte dal bassista A. Giarracco con grande originalità, seguono perfettamente la trama del concept, questa è una cosa non così ovvia perché spesso nei concept i testi non lasciano capire la storia. Un esempio lampante è “At The Dreams Edge” di Chimp Spanner, lavoro impressionante che ha un concept e una trama (molto simile a quella di Mass Effect, per chi è un amante del mondo videoludico), ma i testi non ci sono, quindi o conosci la storia o ti accontenti della musica. La musica in sé non è qualcosa di complesso, tecnicamente è roba molto elevata sicuramente, ma nulla di esagerato, questo è ottimo, quando la tecnica è al completo servizio del brano tutto suona molto più… umano e, chiunque può ascoltarlo. Le voci sono due e sono affidate a Martina Lotti e Helen Costa, due voci assolutamente perfette a raccontare la storia e creare un perfetto equilibrio su tutto il piano sonoro generato dalla band. Una nota di merito va al tastierista, Flavio Carraro che sembra sempre suonare qualcosa all’infuori del brano, ma in realtà, forse  è proprio lui a dare un carattere più incisivo alla proposta. La chitarra di Alessandro Santi è un punto focale per me, in quanto non è mai aggressiva, resta al suo posto facendo il minimo indispensabile, fa comunque la sua bella figura nel brano “In Loving Memory” emergendo con aggressività e in “Amazing Dystopia” con un assolo che cambia completamente per un momento il carattere del brano. Devo dire qualcosa anche sulla batteria, suonata da Michel Agostini, e cosa potrei dire se non che è… perfetta. Diretta e articolata allo stesso tempo, ma senza mai scadere in sbrodolate moleste. Tutto questo per dire la band fa in modo che nulla nel disco spicchi sopra qualcos’altro, tutto è bilanciato, solido, compatto. In una parola “PERFETTO”.

E anche per oggi ho finito, non mi resta che farveli ascoltare. Alla prossima.

https://www.youtube.com/channel/UCTiIlv3Vp2l1jYKIyQgYipg

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