Hideaki Nakama – “Point of no Return”

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Se c’è una cosa che proprio mi infastidisce, ma proprio tanto, quella è lo scoprire che esistono perle di assoluta validità, ma che non sono più reperibili per il semplice fatto che il mercato non ne ha richiesto la necessità dai tempi in cui sono uscite, se poi ci mettiamo anche che queste perle sono nate in giappone (ossia quello che potremmo anche definire un altro mondo completamente separato da noi), beh allora non c’è verso che tali piccoli capolavori ci arrivino.

“Point of no Return” è una stella che brilla di luce propria. Ci sono persone, poche persone, che sono a conoscenza di questo disco e di questo musicista, ma lo catalogano incautamente come una versione nipponica di Yngwee J. Malmsteen e io penso che non sia possibile affermare qualcosa di più erroneo, in quanto (per quanto io adori Malmsteen) lo svedese rischia spesso in tutti i suoi dischi di ripetersi più volte, Nakama no, mai, tutte le note che spara fuori dall’amplificatore sono saggiamente ubicate dove meritano, ogni riff è colossale e grandioso. Certo, si parla pur sempre di Metal Neo-Classico, ma c’è una differenza sostanziale da quello per cui è diventato leggendario il collega scandinavo. Anzitutto, nella musica di Malmsteen non c’è grande attenzione per la componente orchestrale, mentre qua siamo di fronte a qualcosa di monumentale, le orchestrazioni sono le colonne portanti della musica nella sua totalità, sono loro a fare da sostegno ai virtuosismo di Nakama e non il contrario. Vorrei poi fare un appunto riguardo la parte ritmica. Mi pare ovvio che in questo disco, le parti di basso e batteria sono state scritte da un bassista e da un batterista e non dal chitarrista. Cosa che è sempre successa nei lavori di Yngwee e questo, ho sempre pensato fosse un errore enorme, dal momento che un chitarrista, non dovrebbe scrivere parti di altri strumenti, in quanto il suo spirito, la sua impostazione sarà sempre quella di un chitarrista, di un chitarrista veloce oltretutto, e come verrà fuori la parte ritmica scritta da un chitarrista veloce? Semplice, velocismi insensati e privi di quella che noi definiamo anima. Tutto questo perché? Perchè l’unica cosa che si vuole mettere in risalto sono le doti virtuosistiche dell’autore. In Questo “Point of no Return”, la tecnica che sprigiona il chitarrista è interamente al servizio della musica, creando una creatura solida, compatta, senza falle di nessun genere. Sonorità mai uguali, assoli costruiti non per invidiare chi li suona, ma per ammirarlo. Un punto di merito va sicuramente alla quasi assenza di lyrics, dato che la mera musica strumentale può parlare da sola ed esprime alla perfezione ciò che intende. Questo è un disco che muta nel corso della sua durata, perchè Nakama ci fa capire che non è solo un amante delle sonorità classiche, ma anche di altre più esotiche, “El Giza” per esempio, suite strumentale interamente acustica ci porta in territori desertici e ammalia con il suo fascino erotico e misterioso, ma non solo. “Requiem” è una ballata grandiosa di un’intensità rara, “Smiling Landscape” che fa pensare ad un romantico Steve Vai. Ma la vera sorpresa è la title-track “Point of no Return”, un inno solenne che evoca scene di epiche battaglie, storie d’amore e tragedie che ne conseguono.

Potrei parlare all’infinito di questo disco e non basterebbe. Non resta che consigliarvelo e lasciare che vi facciate da soli un’idea.

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