Fall Of Efrafa

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“Watership Down” in italiano “La Collina dei Conigli” è un libro scritto nel 1972 dal compianto Richard Adams, uno scrittore fantasioso ed estremamente intelligente nel dimostrarsi conoscitore di ciò che scrive ma, ma senza fare la figura del saccente. Questa opera tratta l’avventura di un gruppo di conigli. Guidati dal giovane Moscardo, i protagonisti fuggono dalla conigliera che per molto tempo è stata la loro casa, sicura e fidata, ma Quintilio, il più dotato di tutti loro sotto certi aspetti, prevede una disgrazia di qualche tipo, nemmeno lui sa di che natura, ma sa che la loro casa non è più un posto sicuro e bisogna fuggire per cercare un nuovo luogo da poter chiamare e casa. Partono e dopo numeroso peripezie giungono in quella che sarà la loro dimora, ma prima dovranno fare i conti con Efrafa, un covo di conigli organizzati come un piccolo esercito, con al comando il Generale Vulneraria, un demone freddo, spietato e tirannico dalle sembianze lagomorfi… ma per quale motivo parlo di un libro? vi chiederete, beh, presto detto, perché questo libro ha dato (seppur indirettamente) origine a una delle band più belle che il mio apparato uditivo abbia mai sperimentato.

I Fall Of Efrafa, nome che lo ammetto risulta divertente, ma chi ha letto il libro sa che questo nome non è divertente, ma è sinonimo di vittoria sofferta, di grande spirito di volontà e sopratutto di grande speranza. Dicevo, i Fall of Efrafa, quintetto britannico formatosi a Brighton and Hove, nel corso di soli quattro anni di vita, ci ha fatto dono di una discografia notevole, composta da tre full-lenght, due ep e uno split album con i Down To Agony. Davvero impressionante se si pensa che sono stati in attività per così poco tempo. E devo dire che sì, mi dispiace essermeli persi, ma credo anche che sia meraviglioso il fatto che si siano sciolti in seguito alla conclusione del lavoro che avevano in mente di fare, mi spiego, realizzare la trilogia “The Warren of Snares” era il loro scopo reale, fatto questo si sarebbero sciolti, adoro queste cose. Il loro sound si è evoluto in modo radicale in ogni album, ma ogni cambiamento non risulta troppo distaccato, al contrario, se si ascolta i tre dischi in ordine cronologico ci si accorge che lo stile del secondo disco non potrebbe che essere degno del precedente e vale la stessa cosa per il terzo verso il secondo. Per farla breve e chiara, qui si parla di nascita, vita e morte (ma la morte porta sempre con sé nuova vita, anche in questa occasione) , tre elementi, sempre e solo tre, che si susseguono in un ordine prestabilito e immutabile, ed è perfetto così. Ma ora è venuto il momento di parlare dei tre dischi in questione.

 

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Per cominciare, “Owsla” (parola in lapino per definire il gruppo d’elite di ogni comunità di conigli) è il disco più affine all’opera letteraria di Adams, in quanto presenta anche diverse testi con parti prese pari pari dal libro. Musicalmente si presenta come un album di crust punk grezzo e aggressivo che fa riferimento gli His Hero is Gone, ma con momenti fortemente melodici, che si rifanno ai vecchi Agalloch, senza mai dimenticare l’onnipresente influenza dei Neurosis. Il disco è composto da sette brani tra cui la opener e un intermezzo che prendono pochi minuti dell’ascolto e cinque canzoni davvero lunghe per essere di base un disco crust punk, ma non fatevi ingannare, anche avendo una forte componente punk, il tutto è incredibilmente progressivo, i pezzi evolvono in maniera molto fluida, creando un flusso di sonorità che ricorda moltissimo le atmosfere che si percepiscono durante la lettura di “Watership Down” e se non vi basta, abbiamo anche una cosa che non ci aspetteremmo mai, ma è senz’altro una gradita sorpresa, violini e violoncelli che nei momenti giusti riempiono il muro di suono donando un carattere ancor più sofferto. Vorrei fare un’analisi approfondita di ogni pezzo, ma questo davvero mi è impossibile, ci sono talmente tante cose da dire che non mi basterebbe un giorno per descriverle tutte, vi basti sapere che “Pity the Weak” e “Last But Not Least” sono i due pezzi da ascoltare assolutamente perché sono i due apici più alti che il disco raggiunge, si portano dietro una quantità immane di tristezza e rabbia che possono solo far piangere il più sensibile degli ascoltatori che verrà investito da un’ondata di malinconia, non parlo solo dei testi gridati con disperazione da Alex C.F. ma anche dalle trame di chitarra che Neal e Steve riescono a tessere sul ritmo di un drumming a volte ossessivo e convulso, a volte dolce e rassegnato ad opera di George, senza poi parlare di Michael che sa toccare le corde giuste sul basso e sa come usare le note calde per colorare di colori ancora più scuri un opera che già di per se è estremamente tetra, ma sappiamo che dove c’è buio c’è sempre un bagliore di luce seppur flebile, infatti di tanto in tanto ci sono dei momenti non dico allegri, ma che illuminano un poco questo capolavoro che potrebbe fare da colonna sonora per una notte tempestosa..

 

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“Elil” (che nell’idioma lapino significa predatore) è il secondo album della band, rilasciato solo un anno dopo “Owsla”.  Questo disco, concept composto da sole tre canzoni della durata di venti minuti ognuna è (come ho scritto sopra) un opera decisamente più tetra, più atmosferica, con rimandi sporadici al black metal e al doom metal, ma di base è un disco dal carattere a volte post-rock, a volte sludge, influenzatissimo certo, ma questo rimane. Esattamente come il primo, questo è un album che si evolve nel corso della sua ora di durata. Si passa da sfuriate disperate a momenti di malinconia desolante ad altri in cui il ritmo rallentato e le distorsioni grezze creano nell’ascoltatore una sensazione di peso schiacciante, qualcosa che trascende la tristezza e la trasforma in qualcosa che non auguro a nessuno di provare, un peso che comprime il nostro animo. Se si ascoltano i testi di questo capolavoro si capisce quanto la loro idea originale sia finalmente germogliata, un vero e proprio poema degno del più cupo poeta maledetto. Si parla dell’umanità, di quanto sia deforme e della lotta all’oppressione religiosa. Ma parlando di musica… come dicevo, solo tre brani. Il primo, “Beyond the Veil” si presenta con una intro di niente meno che sei minuti, che sono indispensabili a presentare bene questo disco, il pezzo prosegue con passaggio dal ritmo squisitamente scandito, lento ma non troppo, ma poi muta in qualcosa che avevamo sentito spesso in “Owsla” e poi lascia spazio ad una chitarra acustica… potrei andare avanti all’infinito, ma non posso, non è il caso. La faccio breve dai. Come in “Beyond The Veil”, anche in “Dominion Theology” e “For El-Ahraihrah To Cry” abbiamo mutazioni continue, ognuna composta e suonata in modo da farci provare emozioni diverse, tutte che si aggirano sempre attorno alla rabbia e alla tristezza, la nostalgia e il vuoto, la costante sensazione che qualcosa di sbagliato ha sempre dominato le nostre vite.

 

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“Inlé” (che rappresenta una figura leggendaria nella mitologia del romanzo di Adams: il coniglio nero della morte) è il terzo ed ultimo lavoro della band britannica e lasciate che dica che mentre scrivo sto ascoltando questo album e mi fa venire da piangere perché non posso non ripensare a tutto ciò che rappresenta questo ultimo capitolo di una carriera che vanta solo lati positivi. “Inlé” come dice il titolo è il disco che parla di morte. Il sound della band ora si è spostato verso le lande fosche e nuvolose del black metal e del post-rock. Le atmosfere sono molto più opprimenti le canzoni sono più rabbiose, più sofferte, claustrofobiche. E quello che nei due album precedenti era un grido sguaiato si è trasformato in grugniti e urla disumane, che esprimono grandemente le tematiche macabre e deprimenti dell’opera. “Fu Inlé” è il secondo pezzo del disco e rappresenta molto bene ciò che ho detto e insieme a “The Burial” sono due perle nere di ineccepibile bellezza. Va detto comunque che abbiamo anche momenti di groove davvero interessanti sopratutto in “Repubblic Of Heaven”. “Woundwort” invece è un pezzo dall’enorme potere meditativo per il suo carattere pesantemente serio. “The Sky Suspended” è un intervallo che ci fa respirare per un momento prima di passare a “Warren Of Snares”, brano di un’epicità colossale, incaricato di mettere la parola fine a questo monolite sonoro. Credetemi, lo fa benissimo, le sonorità sono tesissime, si ha l’impressione che qualcosa di male stia per accadere da un momento all’altro, invece non c’è altro che un’immensa disperazione che cresce e scoppia e travolge qualunque cosa sulla sua traiettoria, si cheta e scoppia ancora e si conclude come un respiro strozzato, come una candela che ha bruciato da entrambi i lati, troppo in fretta.

 

Finito.

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