Disfear – Live The Storm

I Disfear sono una band crust punk nata alla fine degli anni ’80 anche se sono arrivati a un pubblico molto più grande con l’uscita di “Misanthropic Generation” del 2003, album che vede l’ingresso alla voce di Tomas Lindberg (una delle voci più belle del panorama metal a mio parere), già frontman degli At The Gates e The Great Deceiver, quindi certamente non l’ultimo degli stronzi. Nel 2008 la band collabora con Kurt Ballou dei Converge per le registrazioni di “Live The Storm”, album che potremmo anche definire come canto del cigno dato che ormai è passata una decade, ma potremmo anche sbagliarci considerando in quanti progetti Lindberg ha le mani in pasta. Però ora andiamo a parlare del disco.

“Live The Storm” è uno di quei dischi da ascoltare tutti d’un fiato, non ci si può prendere una pausa, ci si preclude tutto il piacere che si proverebbe altrimenti. Un disco che va dritto al sodo insomma, senza concedere nulla all’ascoltatore, che deve solo star lì a farsi malmenare l’apparato uditivo e il cervello dalle percussioni esasperate di Marcus Andersson che dalle prime alle ultime battute è una macchina da guerra instancabile, senza tecnicismi inutili che qui stonerebbero e basta, il drumming è prettamente hardcore come giusto che sia. Le chitarre di Bjorn Peterson e Uffe Cederlund (… nomi svedesi…) macinano riff granitici pesanti come massi e assoli da motosega. Le linee di basso di Henke Frykman sostengono il tutto magistralmente rendendo il tutto se possibile ancora più solido e compatto e dona una forza sovrumana al sound complessivo. Il già citato Tomas Lindberg invece è sempre il solito urlatore selvaggio, per chi non lo conoscesse, beh, provate a pensare a un gremlin estremamente incazzato e forse iniziate ad avvicinarvi a cosa è il suo stile.                                                                             “Get it off” è il pezzo perfetto per dare il via a questo fantastico album e fa una bellissima accoppiata con “Fiery Father” che nonostante la grinta e l’aggressività presenta anche delle melodie chitarristiche azzeccatissime (ovviamente, melodie è un termine da prendere con le pinze). Abbiamo anche momenti meno veloci come “The Furnace” che ci fa respirare per un po’, possiamo definirla una vera e propria tregua, ma dura poco perché poi la title track “Live The Storm” ci prende a martellate senza pietà come se non ci fosse un domani. L’ascolto procede ininterrotto fino alla conclusiva “Phantom” con una intro solenne, grandiosa e imponente per poi trasformarsi in quella che potrebbe essere la colonna sonora della più selvaggia e irrazionale rissa da bar mai scatenata e prima della fine c’è tempo anche per un assolo taglia gola. Poi tutto finisce e non ci rimane che raccogliere la gente tumefatta, pulire il pavimento dal sangue e spazzare via i vetri rotti in attesa di un nuovo album che forse non vedremo mai uscire.

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