Burzum – “Filosofem”

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Pensiamo a un luogo freddo, molto freddo, un luogo come la Scandinavia, più precisamente la Norvegia. Proviamo a immaginare la sua popolazione, gente fondamentalmente tranquilla, che di giorno va a lavoro, finisce il turno a se ne va dalla propria famiglia oppure va a bersi una birra al caldo di un pub, poi arriva il fine settimana e se ne va a spasso, chi va per gite fuori porta, chi va per negozi. Poniamo che in questa società ideale ci sia qualcosa nascosto nell’ombra, qualcuno, qualche individuo. Una piccola comunità composta da elementi sinistri, ma affascinanti allo stesso tempo. Persone che in quella società tranquilla e monotona si sentono unici, estranei, reietti, ultimi baluardi di una cultura perduta ormai da secoli come il paganesimo, costretti a vivere in una realtà che ha perso la giusta via, che ha dimenticato le sue tradizioni, tradito i suoi dei e accettato senza fiatare l’ingerenza di una cultura di stampo religioso che non appartiene a quella parte del mondo. Improvvisamente quella piccola comunità inizia a prendere coscienza di se stessa con il giusto leader e i giusti adepti, ma poi i leader iniziano a essere due, due sono troppi e il trono è fatto per una sola persona alla volta. Uno deve essere eliminato.

Tutto questo e moltissimo altro accadeva nei primi anni ’90. Esiste tutta una storia al riguardo, una storia di sangue e roghi e passione per la musica e per i propri ideali religiosi e politici. Una bella storia che ad oggi presenta ancora punti oscuri, ma non siamo qui per parlare di questo, siam qui per parlare di musica e “Filosofem” credo sia l’opera più adatta a rappresentare la stupenda storia di come sia nato il Black Metal. “Filosofem” è uno dei miei dischi preferiti, è freddo, ipnotico e alienante, calmo e incredibilmente caotico contemporaneamente. Non è il primo lavoro di questa one-man band (e certamente non il primo disco Black Metal): Varg Vikernes (mente e unico membro della band) aveva già pubblicato alcuni dischi in precedenza (il precedente “Hvis Lyset Tar Oss” è un vero gioiello), ma questo segna un’era nella storia della band, infatti è l’album che precede l’incarcerazione di Vikernes per l’omicidio di Øystein “Euronimous” Aarseth (storico chitarrista dei Mayhem e carismatica guida spirituale del movimento Inner Circle).

Il disco si apre sulle note di “Dunkelhet”, un pezzo freddo e ipnotico che ci ossessiona durante l’ascolto, ci lobotomizza con la sua sezione ritmica sempre uguale fino all’ingresso della voce di Varg che sembra provenire da una vecchia radio che per qualche ignota ragione continua a gracchiare in una cantina umida abbandonata. Se si ha un orecchio abbastanza attento si può scorgere una sorta di assolo di chitarra, ma il suo scopo è semplicemente quello di rendere il marasma ancora più caotico, solo un sintetizzatore ci rassicura, anche se mai abbastanza, per tutta la durata del brano. L’ascolto prosegue con “Jesus’ Tod”, forse il più classico pezzo di tutta la carriera di Varg, ipnotico come giusto che sia, ma molto più incasinato, si ha l’impressione di trovarsi all’interno di un manicomio mentre fuori infuria l’apocalisse. “Erblicket Die Tochter Des Firmaments” e “Gebrechlichkeit I” sono altri due spilli che si conficcano nel cervello dell’ascoltatore e gli avvelenano la ragione con il loro incedere malato. Ma la vera sorpresa dal mio punto di vista è “Rundgang Um Die Transzendentale Saule Der Singularitat” (titolo complesso, sí), una traccia inaspettata che sorprende. Non aspettatevi urla disumane, chitarre malate e batteria martellante. Qui abbiamo il tempo di meditare ed è proprio in questo pezzo che si sente la vena ambient di Varg. Venticinque minuti in cui sprofondare nell’Io interiore e scandagliarlo, sezionarlo, partire per un lungo viaggio attraverso un’altra dimensione fatta di buio, luci flebili intermittenti, esseri che fluttuano senza ragione e noi, che ci domandiamo dove siamo finiti e se mai avrà termine questa visione aliena. E in effetti finisce e lascia il posto a “Gebrechlikei II”, il giusto finale di questo capolavoro intramontabile. Degli oggetti vengono mescolati tra loro nel buio di una stanza immensa e vuota, ma non ci è dato sapere cosa siano quegli oggetti e probabilmente non lo sapremo mai, si percepisce dell’acqua che scorre da qualche parte, un pianoforte suona le stesse tre note in un circolo infinito, poi una chitarra affilata e arrugginita fa lentamente capolino con il suono che ricorda un deragliamento e il digrignare di denti di una bestia del quale non riusciamo a scorgerne la forma, ci minaccia, ci lancia maledizioni. Poi nello stesso modo in cui è comparsa, scompare nell’oscurità ed è inutile dire che se il suo intento era segnarci per sempre, beh allora ci è riuscita.

Un disco stupendo insomma, che mi sento di consigliare a chiunque, un capolavoro assoluto che verrà ricordato in eterno.

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