Asphyx – “The Rack”

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Nel 1991 io nascevo. Credo non ci esista nulla che mi dispiaccia più del non aver vissuto tutte le rivoluzioni, evoluzioni, avvenimenti, eventi ed avventi della storia della musica. Uno di questi sicuramente è l’uscita del debut album degli Asphyx, “The Rack”. Un disco e una band che ho scoperto quasi dieci anni fa con l’uscita di “Death… The Brutal Way” (un altro disco che ho divorato). Iniziai ad interessarmi alla band subito dopo averli visti dal vivo durante la data di milano del tour promozionale del suddetto album. Approfondii  questa band e uno dei primi lavori che ascoltai fu appunto “The Rack”, che si apre con “The Quest Of Absurdity”, una traccia di un minuto e mezzo fatta di suoni cosmici, allucinati che a tratti rimandano alla colonna sonora di Clockwork Orange nelle scene più assurde, ma poi si parte con quello che è davvero questo disco. “Vermin” ci si presenta a schiaffo con tutta la rabbia di una band giovane. Martin Van Drunen ci grida addosso tutto il suo odio, Eric Daniels con la sua sei corde non fa nulla più del necessario, macina riff in perfetto stile motosega mentre Bob Bagchus pesta come un fabbro restando quasi sempre su un mid tempo sostenuto e perfetto. Perfetto come tutto in “The Rack”, se non fosse per la qualità, che comunque, lascia fare, erano una band con tanta voglia e pochi spicci e han fatto il meglio che potevano con quello che avevano. “Diabolical Existence” è il pezzo secondo me più significativo dell’album perché contiene quel qualcosa che in futuro ci farà sempre riconoscere il sound degli Asphyx che sono si una band di sano Death Metal olandese (il fattore Olandese è importante, il death metal subisce l’influenza del paese di provenienza. Lo scopriremo col tempo), ma non tralasciano una passione verso il doom che rende la loro proposta unica e inconfondibile. Possiamo godere di questo splendido connubio anche in “Evocation”. “Ode To A Nameless Grave”è un solenne inno strumentale che sembra voler tributare i Black Sabbath. E una volta in fondo ci troviamo innanzi a un muro sonoro di ben nove minuti che crolla addosso con tutta la sua forza, tutto il suo peso e non possiamo farci assolutamente nulla, è davvero possente “The Rack”, il pezzo che porta il nome del disco. Passiamo dai primi minuti di lentezza disarmante fino a un riff spaccaossa che suona quasi logorroico, ma è adatto a demolire definitivamente l’ascoltatore fin nel profondo. “The Rack” è un pezzo mutevole, ci rilassa e ci bastano senza ritegno e verso la fine ci fa una promessa. Ci promette che questi ragazzi faranno sempre meglio e sempre di più. Infatti da qui seguiranno perle esplosive quali “Last One ON Earth”, “One The Wings Of Inferno”, il già citato “Death… The Brutal Way”, “Incoming Death” e tanti altri. Certo “The Rack” non è un capolavoro, ma si tratta certamente di un signor disco senza contare che soffre la concorrenza americana che negli anni ’90 sfornava disconi uno dietro l’altro. Ma consideriamo un fatto, questo dico è stato una delle prime prove meglio riuscite, poche band sono state personali fin dal primo lavoro.

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