Falling Giants – Enter the Abyss

Vi è mai capitato di andare a uno di quei concertini di piccole band totalmente sconosciute che risiedono solo a qualche chilometro da voi e di cui non avevate mai sentito parlare? E vi è mai capitato a uno di questi piccoli concerti di pensare: “ok, da qui a marzo ho in programma di vedere i Sunn O))), gli Obscura e i Taake, ma quasi quasi dopo aver visto questi non val la pena andare a quegli altri concerti…”? Beh, è quanto è successo, dalle mie parti c’era questo live di ben quattro band, anche se ne ho vista una sola, appunto questi Falling Giants da Ancona. Ovvio che quando in locandina vedo un nome e sotto tra parentesi “stoner/doom/sludge” io mi fiondo, anche se non so mai cosa aspettarmi e con loro l’effetto sorpresa è stato totale perché la definizione usata era molto basilare, in realtà c’è tanto, ma tanto di più. L’esibizione è stata meravigliosa, ci sono stati momenti in cui ho avuto la stessa sensazione che ho avuto quando ho visto gli Ahab dal vivo, quei momenti in cui ciò che senti è così profondo, così cupo e straniante che si ha l’impressione che manchi il pavimento sotto i piedi. Mezz’ora di mestizia e grandiosità musicale che non mi ha fatto rimpiangere nemmeno quel live devastante dei Downfall of Gaia che ancora brilla nella mia memoria. Ma andiamo al sodo.

La band anconetana è giovanissima e ha all’attivo solamente un ep, Enter the Abyss, ma che illustra benissimo quali sono le loro intenzioni.a0165795975_16Quando ci si addentra in questo piccolo antro tenebroso si provano un’infinità di sensazioni ambivalenti e non c’è nulla che si possa fare per non apprezzarne ogni sfumatura. Enter the Abyss è un lavoro chiaro e tridimensionale, che affonda le proprie radici nello stoner e nel doom, ma la realtà dei fatti è che ognuna delle tre tracce presenti qui presenta una enorme quantità di sfaccettature, tutte perfettamente legate tra loro, spesso quando una band suona questo tipo di musica fondendo diversi generi tra loro connessi tendono a definire molto bene le parti di un tipo e quelle di un altro, producendo pezzi che non sono mai fluidi, i Falling Giants invece fanno tutt’altro, ogni transizione è lenta e progressiva e questo fa si che si crei un vero e proprio flusso continuo e ininterrotto in cui doom, stoner, sludge, post-rock e hardcore convivono e collaborano armoniosamente e sinergicamente, non in modo codipendente come accade spesso, e tutta questa armonia la si può notare moltissimo nel dittico The Hunch, canzone in due parti in cui se si ha un minimo di conoscenza della musica si possono notare moltissimo le pesanti influenze di Cathedral, Candlemass, Electric Wizard, Black Sabbath e Yob, l’ultima forse è un dettaglio che ho colto solo per similitudine di suono, uno dei due chitarristi urla spesso come John Tardy degli Obituary (il ché è fantastico). The Ocracocke Song è la tgerza perla che compone il disco ed è forse il pezzo più melodico, con delle atmosfere da fine dei tempi, sonorità profondamente evocative che culminano con un coro perfetto portato da tutte voci e dagli strumenti (come ho detto: sinergia allo stato puro).

Come dico spesso, io posso scrivere talmente tante cose sulla musica che non ho idea di come scriverle, posso solo dare a parole solo una vaga idea (sopratutto in questo caso) di quanto a volte la musica sia dannatamente bella e commovente, piena di emozioni e sensazioni e impressioni. Non vi resta che l’ascolto, ritagliatevi del tempo per gustare ogni dettaglio.

Alla prossima

 

Rimpolpare gli Antichi Fasti

Sappiamo, o almeno pensiamo che sottogeneri heavy metal come il death metal al giorno d’oggi non hanno più nulla da offrire. Questo è un pensiero che sovviene abbastanza autonomamente considerando cosa il mercato ci propone in questi anni. Le band che si sono fatte conoscere e amare negli anni ’80 e ’90 come i Morbid Angel, Suffocation, Entombed, Napalm Death, Malevolent Creation, Carcass e compagnia bella (forso solo i Nile riescono ancora a spiccare, ma di base la loro l’hanno già detta) mettono sul mercato lavori che in sostanza sono ricicli di ciò che li ha resi delle leggende e band che si sono fatte notare in questo nuovo millennio non destano più tanta attenzione, vedi gli Obscura, Gorod, Beyond Creation, Psycroptic, Arsis e tanti altri. Ma l’underground death metal in questi ultimi periodi sta partorendo realtà che non godono della giusta notorietà e ora andrò a parlarne in maniera il più esaustiva possibile perché è giusto spargere la voce e fare in modo che certe band vengano alla luce.

3540424830_logo.jpg I Fetid sono una delle poche band che ci riportano a un sound dal carattere decisamente marcio, oscuro e delirante. Da quanto ho potuto capire la band è attiva fin dal 2013, ma la prima effettiva uscita è stata nel 2017 con la demo Sentient Pile of Amorphous Rotuna breve ed estremamente eloquente dimostrazione di cosa ci si sarebbe aspettato da loro nel seguente full-lenght Steeping Corporal Mess. Un monolite di cattiveria e oscurità con un incedere lento, veloce, zoppicante (in questo caso sono pregi) e goffamente spaventoso che non si sentiva dai tempi di quel capolavoro che è Blessed Are The Sick dei Morbid Angel, ma confezionato con una maggior coscienza di ciò che questa musica può dare se suonata bene e con passione. I testi dei Fetid sono gloriosamente gore, ma nulla di troppo scabroso, per farla breve i testi non sono quelli dei Cannibal Corpse, sembra più che altro scritti da Isidore Lucien Ducasse. Pezzi come Cranial Liquiscent Dripping Sub-Tepidity sono lì a confermare quanto questi ragazzi di Seattle abbiamo perfettamente compreso cosa serve per fare in modo che il death metal quello vero, quello puro debba suonare.

3540347128_logo Da Chicago arrivano i Nucleus, band dedita a un death metal grezzo almeno quanto quello dei Fetid, ma che riprende le tematiche spesso affrontate dai Nocturnus, la fantascienza. Anche la musica riflette molto questa caratteristica, grazie a un songwriting articolato e un uso atipico di soluzioni contorte e alienanti. Tutto questo ricorda molto anche un’altra band che probabilmente fa parte delle maggiori influenze dei membri della band, i Voivod. La band nasce nel 2012 e da allora ha lavorato sodo e con grande impegno, rilasciando quasi ogni anno musica sempre nuova tra cui un singolo, una demo, due ep, uno split con i Macabra e due full-lenght. Il primo Sentient del 2016 è un lavoro a mio parere ancora immaturo e forse fin troppo elementare e approssimativo anche se già presentava le chiare intenzioni di questi ragazzi, ma è con Entity che mettono in pratica le loro vere abilità di musicisti e compositori. Un disco molto complesso e caratterizzato da una quantità di volti incalcolabile, capace di scatenare nell’ascoltatore uno smarrimento disarmante e un’alienazione propria del trovarsi in un altro pianeta con creature di cui non sono chiare le intenzioni. Arrival e Approach sono probabilmente i pezzi più caratteristici di questo lavoro, perle di enorme stranezza e bizzaria che fanno del disco un ascolto obbligatorio per chi ama questo genere.

3540421313_logo Dovuti sono da annoverare in questo articolo gli Equipoise da Pittsburgh, gruppo di ragazzi molto giovani tutt’altro che novizi, al contrario, potremmo quasi definirlo un supergruppo, composto da elementi provenienti da realtà di sostanza come Beyond Creation, Virulent Depravity, Inferi, The Fractured Dimension, Abigail Williams e Greylotus. Da una ricetta di questo tipo potremmo aspettarci niente di più e niente di meno che qualcosa ai limiti della tecnica musicale che per molti potrebbe senz’altro risultare noiosa e ridondante, ma Demiurgus del 2019 andrebbe ascoltato con una certa attenzione anche solo per un dettaglio, cioè il guitarwork che pare esser stato portato a termine da Steve Vai, non lo è ovviamente, ma la sua influenza è una costante quando si ascoltano gli assoli. Non c’è nulla di particolare da dire anche perché fondamentalmente non ci discostiamo molto da quanto già fatto da altre band quali Brought By Pain, First Fracture e Zenith Passage, però con atmosfere molto diverse, più cosmiche diciamo però in fin dei conti nulla di così notevole, ma comunque degno di nota. A Suite of my Flesh è il capitolo più particolare e interessante di quest’opera, che regala un solo di fretless bass da masturbazione totale e garantisco da bassista, è una goduria assoluta.

3540380975_logo Posso immaginare che dal logo si vada subito a pensare a qualche band goregrind allucinante e senza un verso, ma i Triumvir Foul da Portland sono uno degli ultimi (mi auguro di no) baluardi tra il death metal moderno che non offre nulla se non suoni plastici e quel meraviglioso terrore sonoro che usavano regalarci gli Incantation con quel magnifico capolavoro di Onward To Golgotha. I Triumvir Foul si rifanno molto a quel tipo di sonorità così oscure e corrotte, ma rendendole se possibile ancora più abissali giocando su una onnipresente influenza black metal. Sono una band molto giovane e attivi dal 2014 si sono messi d’impegno per colmare con grande sapienza quei buchi neri rimasti aperti a infettarsi come ferite nel panorama death metal. nel 2014 fecero rilasciano An Oath of Blood and Fire, un lavoro acido, immaturo, acerbo, ma che faceva già supporre dove la band voleva andare a parare con il primo album omonimo Triumvir Foul, un fiume putrescente di sangue ed escrementi, oscurità e malvagità sputate con grande ossessione attraverso testi malati e osceni, ma in qualche modo anche poetici (vi invito a leggere il testo di Labyrinthine https://www.metal-archives.com/albums/Triumvir_Foul/Triumvir_Foul/543847#3645219). Nel 2017 viene rilasciato Spiritual Bloddshed, secondo full-lenght che vede la band notevolmente maturata e consapevole delle proprie capacità, il sound è lo stesso del disco precedente, ma più spinto, più esagerato, più grave. Con una produzione legnosa che fa di questa perla un piccolo gioiellino di death metal artigianale. Ascoltare la bellissima Vomitous Worship in Rotting Tombs per capire meglio di cosa sto parlando. Quest’anno (2019) la band ci ha deliziato con Urine Of Abomination, un ep di una o quattro tracce (a seconda dell’edizione) che arricchisce la proposta dei Triumvir Foul e lo fa in modo razionale e contenuto, quasi costipato, in quanto il disco risulta meno aggressivo dei lavori precedenti, ma questo non ne intacca il valore, resta pur sempre grande musica, fatta da chi ne sa fare.

Ora, mi fermo qui perché potrei citarne molti altri e non finirei più, ma di certo non voglio mancare di fare almeno menzione di grandissime realtà quali Spectral Voice, Krypts, Ascended Dead, Pissgrave, Genocide Pact e… beh una volta che si comincia poi vengono tutti gli altri. Ce ne sono e vanno scoperti, vanno ascoltati e bisogna diffondere la voce secondo cui non ci sono solo Morbid Angel, Obituary, Immolation, Nile e compagnia, c’è ben altro e dobbiamo supportarlo.

Concretizzazione di un progetto a lungo termine

Quest’anno ha finalmente visto la luce il primo capitolo di quella che a me piace considerare come una storia, o perlomeno un prolungamento del lavoro iniziato con il libro Storie dell’Altra Parte (raccolta di racconti horror pubblicata sul finire del 2018). Raw Flesh si presenta come una sorta di antipasto di un banchetto macabro di cui ogni portata è la rappresentazione della MIA visione delle cose. Ma quali cose? Semplice, una società che non capisco e a cui non penso di appartenere, la vera natura dell’orrore, la follia, il fascino e al contempo la paura dell’ignoto. La (diciamo) modalità con cui intendo portare avanti questo progetto può sembrare abbastanza atipica, in quanto ogni musicista cerca di costruirsi, o meglio riconoscere una propria identità musicale, focalizzarsi su quella, approfondirla e lavorarci. Questo è un aspetto che a me personalmente è sempre parso limitante, una sorta di auto confinamento, che non permette di esplorare ogni aspetto di quello che si sta facendo. Per questo ho pensato di non lavorare a dischi tutti dello stesso genere, sicuramente alcuni lo saranno, ma alla base c’è un desiderio di provare a cimentarmi in quasi tutti i generi musicali, fatta eccezione per cose come rap, elettronica e pop, dato che non li apprezzo. Forse c’è una vaga possibilità di un disco di musica elettronica, ma sarebbe comunque qualcosa di sporadico e non considerabile come mera elettronica, ma più ambient o comunque musica d’atmosfera non intesa come facente parte integrante del progetto, ma più che altro un esercizio, un uscire per un momento dalla musica suonata per così dire. Un po’ come fu per Celestite dei Wolves in the Throne Room o Lyckantropen Themes degli Ulver. Alcuni album sono già scritti, in attesa del momento giusto per essere incisi, ma sono stati pensati per un futuro, non troppo remoto certo, ma abbastanza prossimo e posso dire che sono tutti molto diversi tra loro. Un dettaglio importante è come ho deciso di caratterizzare questo progetto. Ogni disco è un capitolo di una storia, ma ho sempre provato uno strano e infondato disgusto per il cibo (naturalmente mi nutro regolarmente) e quindi ogni disco sarà sì un capitolo, ma allo stesso tempo anche una portata di un pasto molto più lungo. Raw Flesh, come annuncio nell’introduzione è solo un anipasto e mi è sembrato logico pensare a uno di quei pasti da matrimonio, con almeno una ventina di portate prima di arrivare al dessert e al caffé che in genere iniziano a mezzogiorno e finiscono alle sette di sera.

Questo primo album Raw Flesh, è partito da un’idea, ossia fare un dico punk, ma durante la stesura del disco, quello che scrivevo si è trasformato in hardcore e in men che non si dica è mutato ulteriormente in qualcosa di molto più vicino al crust, naturalmente il punk è percepibile nell’atmosfera come anche l’hardcore, ma i toni sono molto più vicini al grind e al crust, infatti in più di un’occasione, durante l’ascolto, alcuni pezzi mi hanno ricordato moltissimo i Cripple Bastards, in particolare nei pezzi Fango Méiis In Perpetuum, ma è più che altro un’impressione.

Raw Flesh è un disco che onestamente a me piace moltissimo, anche se probabilmente è solo affetto, dato che per un artista ogni sua opera è come una figlia. E esattamente come una figlia/o, tolto l’affetto che si può provare, ha anche i suoi difetti e un padre li nota, cerca di non farci caso, ma li nota, Raw Flesh ne ha tanti, a partire da un songwriting basilare, forse anche troppo basilare, ma questo è solo “COLPA” dell’idea originale da cui nasce il disco e sopratutto una qualità di suono abbastanza scadente data dal fatto che io non sono un tecnico di suoni e fino a pochissimo tempo fa non avevo nemmeno idea di cosa fose il mastering, anche se lo facevo già, ma sempre senza coscienza di cosa stessi facendo e quindi è venuto fuori quello che si può ben sentire nel disco.

Ma penso di aver detto fin troppo e sarebbe inutile cercare di dare a voi l’idea di come sia il mio album, èp decisamente meglio che un’idea ve la facciate da soli, quindi ve lo lascio qui sotto da ascoltare e alla prossima. E se vi va di dare un’occhiata al libro che ho scritto che menzionato a inizio articolo lascio il link anche di quello.

https://www.amazon.it/Storie-dellaltra-parte-Antonino-Sechi/dp/1731134185/ref=sr_1_9?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=storie+dell%27altra+parte&qid=1570880842&sr=8-9

 

Panopticon

La musica è una creatura vivente. Cresce, prende forma, cambia forma, si evolve, muta. Si adatta perfettamente alla creatività di chi la concepisce. Nel corso degli anni abbiamo visto nascere generi e sottogeneri e spesso anche sub-sottogeneri, ibridi e sottogenerei di ibridi… insomma un gran casino, ma un bel casino che partorisce sempre nuove cose, a volte buone, spesso pessime e qualche volta non proprio pessime, ma fondamentalmente inutili… basta vedere quanti sottogeneri del grindcore esistono, sono veramente a pacchi e si distinguono tutti da un minimo dettaglio, che può variare dal tipo di ritmiche, dallo stile vocale, dai testi eccetera eccetera… per non parlare poi del black metal, che ormai ne esiste di tutti i tipi e alcuni di cui il nome mi fa sorridere, come il UNBLACK METAL oppure CHRISTIAN BLACK METAL… mah. Comunque sia, spulciando quà e là (e giuro che ho dovuto ravanare nei meandri più oscuri) ho scoperto qualcosa che mi ha colpito e stupito tantissimo, perché fino a poco tempo fa pensavo di aver davvero sentito tutto, ma il progetto Panopticon, costituito da (se ho capito bene) una sola persona, un certo Austin L. Lunn.                               53977_artist                          Musicista a parere mio di grande talento e creatività. La sua proposta, un black metal molto classico unito al folk americano, badate bene che non sto parlando di country, niente stivali a punta, cintura con fibbione, cappello da cowboy e quadriglie. Si parla di quel folk americano che suona anche Steve Von Till, ma come ho detto accompagnato da un rabbioso black metal. In effetti anche nelle parti black, non si percepisce quella freddezza tipica del genere, è colorato, articolato ed evocativo. Quindi possiamo dire che di base i Panopticon fanno folk metal? Sì e no. Lo fanno, ma nulla che si avvicini anche minimamente a quelle sonorità a cui ci hanno abituato i vari gruppi europei come i Korpiklaani, Folk Stone, Arkona e Heidevolk, che pian piano, approfondendoli si finisce per confonderli tutti, senza capire chi sta suonando. Qui abbiamo di fronte un grande musicista che ha capito che il folk non è solo birra, sbornie, belle donne grasse (giuro che i molti testi dei gruppi folk metal europei spesso si parla di belle donne grasse… mah) e balli di gruppo. No, Lunn ha capito che il folk è tradizione e spesso nella tradizione ci sono anche radici oscure e tristi. Tutto questo lui lo traduce in sonorità che attanagliano le viscere dell’ascoltatore ferendolo, commovendolo ed emozionandolo in tutti i modi. Creando atmosfere suggestive che fanno pensare alle Great Plains e Rocky Mountains e a tutta la natura selvaggia che ancora rimane nel nord america.

0002782086_100.pngIl progetto Panopticon nasce nel 2007 e un anno dopo esce il primo album intitolato semplicemente Panopticon, un disco black metal, in cui le influenze folk ci sono, ma restano nell’ombra a fare solo da influenza anche se rendono la proposta decisamente atipica. Dopo un singolo, La Passione di Sacco e Vanzetti e due split (il primo coi Lake of Blood e il secondo con i Wheels Within Wheels) esce Collapse, secondo full-lenght, caratterizzato da un impronta più oscura nella facciata black metal e una ben più marcata presenza di quella folk. Collapse era davvero un gran disco, ma ancora imperfetto. Dovranno ancora uscire On The Subject of Mortality, qualche altro split album e Social Disservices (quest’ultimo e un capitolo estremamente oscuro e pesante, composto da soli quattro brani molto lunghi e di una tenebrosità inconcepibile, che ricorda parecchio i Wolves in The Throne Room) prima che il sound diventi quello definitivo dei Panopticon. Esce Kentucky un lavoro di inestimabile valore che vede l’ingresso nel sound generale della più riconoscibile musica tradizionale americana, la blue grass, l’inserimento di violini e banjo sono fondamentali per la riuscita di quest’album, che resta in ogni caso un disco black metal, ma più melodico, dalle atmosfere malinconiche. Ci sono momenti in cui si possono trovare elementi prettamente country, ma sono davvero sporadici, sono comunque resi davvero bene senza risultare cowboyeschi. Un lavoro da ascoltare per intero per poterne cogliere ogni sfumatura, ma due pezzi precisi devo menzionarli: Black Soot and Red Blood e Come All Ye Coal Miners. Due brani che sono un biglietto da visita. Tutto sommato, essendo un disco completo e assolutamente maturo, pecca nei suoni per colpa di una produzione ancora troppo acerba che ricorda a tratti una demo anziché un effettivo album.

Dopo due split album, uno con i Vestiges e l’altro con i Fall Of Rauros, esce Roads To The North, un disco che si presenta già molto differente da quanto fatto fino a ora, in quanto si percepisce un gusto quasi scandinavo in alcuni brani come The Echoes of Disharmonic Evensong che ricorda a tratti i primi Dark Tranquillity, ma senza mai dimenticare la propria idea. In effetti, se tralasciassimo One Last Fire e Norwegian Nights, questo disco è molto europeo, molto swedish, un connotato reso palese dalle ritmiche e dalle melodie di chitarra che hanno reso inconfondibili i vari In Flames, At The Gates, Dark Tranquillity e Omnium Gatherum.

Siamo nel 2015 ed esce Autumn Eternal. Quello che credo sia l’effettivo capolavoro. Con un’atmosfera di disperata tristezza, Autumn Eternal è un disco molto più paziente, più intenso. L’aura che emana è veramente opprimente, ogni brano è di un emotività struggente, grazie a un lavoro di chitarre decisamente più studiato e razionale, la velocità è stata diminuita in favore di una maggiore pienezza, melodia e atmosfera. Non più black metal yells, ma uno stile più pulito, più… harsh… grida insomma, che rendono più riconoscibili anche le lyrics, aspetto non di poca importanza nei Panopticon. Autumn è a differenza di Kentucky e Roads to the North un disco senza intermezzi folk, fatta eccezione per la intro Tamarack’s Gold Returns,  anche se nelle sonorità si sente comunque l’influenza del genere. Un brano su tutti che voglio consigliare è A Superior Lament, pezzo dotato di un’intensità immensa che commuove ed emoziona ricordando a tratti i colleghi europei Lantlôs. The Winds Farewell invece è un finale veramente da incorniciare, ci saluta con melodie altissime e agrodolci. Un capolavoro insomma, un lavoro di musica altissima che viene voglia di ascoltarlo infinite volte.

Passano due anni e Lunn rilascia ancora uno split, stavolta con i Waldgeflüster; Revisions Of Past, ossia una riedizione delle due grandi opere passate …On The Subject of Mortality e Social Disservices; e il singolo Sheep in Wolves Clothing primo singolo estratto dal disco che sarebbe uscito poco dopo.

Nel 2018 rilascia il disco in due parti The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness. Opera la cui prima parte è prettamente black metal, e le influenze folk quasi scompaiono. Questo possiamo considerarlo un disco a parte della discografia dei Panopticon, in quanto mentre lo si ascolta si ha costantemente la sensazione che sia stato fatto più per piacere personale di fare un disco black che continuare l’opera portata avanti fino a Autumn Eternal. La seconda parte invece è quasi interamente acustica, a mio parere il secondo capitolo è nettamente migliore del primo, date le sue atmosfere sognanti. E si ritorna di prepotenza a quello che era stato fin dall’inizio il progetto Panopticon, una creatura ben più che musicale, un’esperienza mistica solitaria nelle terre selvagge dell’america settentrionale. A Cross Abandoned e Echoes in the Snow sono la rappresentazione definitiva di cosa è questo disco, uno sguardo nostalgico verso orizzonti sconfinati e paesaggi che qualcuno come Lunn considera propria patria, casa e tomba.

Nel 2019 viene rilasciato Scars II (The Basics), la versione totalmente acustica con sole voce e chitarra che non aggiunge molto a un lavoro già di per sé perfetto, ma di sicuro non fa male, anzi, ci fa sentire come Austin non sia solo un musicista metal, ma anche un grande chitarrista acustico di enorme talento. Nello stesso anno esce  The Crescendo of Dusk, ep di soli due pezzi: la titletrack e The Labirynth. Questo piccolo lavoro si presenta con la prima canzone che è niente di meno che un pezzo tradizionale black metal, ma sempre pesantemente influenzato dalle atmosfere che permeano quasi tutti gli album della band, mentre The Labirynth è un brano acustico dal tono crepuscolare, in cui Lunn sembra più parlare con l’ascoltatore anziché cantargli una canzone.

Questi erano i Panopticon, progetto solista di un artista che è secondo a nessuno in quello che fa. E il fatto che tutto il suo lavoro è roba fatta in solitaria è ancora più impressionante perché qui c’è dietro un lavoro gigantesco, portato a termine con gusto e passione, senza compromessi. Roba veramente notevole. Consiglio a chiunque di ascoltare quanto ho descritto e di cercare di apprezzare ogni singolo particolare, perché c’è di cui godere quì.

Una piccola nota, se doveste appassionarvi a questo artista allora non perdetevi di vista band come i Weldgefluster, Drudkh, Fen, Steve Von Till e Scott Kelly. Detto questo vi saluto e alla prossima.

 

 

La Scena Sopravvive

Durante la mia continua e ossessiva ricerca musicale sto assistendo a un curioso fatto. Tempo fa vidi un documentario intitolato La Scena – Il punk italiano degli anni ’90-  in cui vengono intervistati diversi artisti tra cui FFD, Punkreas, Derozer e via dicendo. In Tale documento viene spesso menzionata appunto la SCENA che non c’è più, ed è vero, ricordo benissimo quando da noi in Italia c’era questo grande fenomeno punk, certo non era nulla di enorme, ma sapeva farsi notare, ricordo che molte persone che musica non ne ascoltavano proprio, improvvisamente iniziavano ad ascoltare i vari Pornoriviste, Los Fastidios, Peter Punk, Cattive Abitudini, ecc ecc… io all’epoca ero un pischelletto che ascoltava Sepultura e Pantera,  però non disprezzavo certo il punk, ma gli anni passavano e piano piano assistetti a un graduale declino dell’interesse della gente verso questo genere, anche le riviste punk vennero chiuse e chi continuava ad ascoltarlo non parlava di nuove band, continuava a deliziarsi con le vecchie glorie, quindi ho cominciato a pensare “ah ma quindi il punk italiano è morto e via? peccato…”. Ora, un giorno incappo su youtube nel documentario citato qua sopra, ma mentre tutti i protagonisti dichiarano che la scena non esiste più io vengo a conoscenza di una valanga di band punk e hardcore italiane che sono vive e vegete e lavorano sodo e tirano fuori dei lavori veramente notevoli. Quindi mi chiedo: “In base a quale criterio dicono ciò che dicono? La scena c’è eccome, forse è un po’ più oscura e più relegata a un sottobosco ombroso fatto di circoli e piccoli club, ma c’è, è innegabile e, se mi è permesso forse è meglio che sia più nascosta”, io sono un sostenitore della teoria secondo cui quando la musica di qualità raggiunge un pubblico più ampio perde smalto e carattere… e qualità.

Ho per esempio scoperto gli Psychoanalisi, una band di Trento che propone un hardcore punk macchiato di d-beat e un qualsivoglia gusto metal che caratterizza notevolmente il songwriting attraverso ritmi più cadenzati e una più marcata intensità del sound generale. Esattamente quest’anno (2019) la band ha pubblicato un disco (uscito con Annoying Records) intitolato Musica Per Cervelli.a3486089800_16Un lavoro notevole, composto da otto tracce interamente cantate in italiano, grintosissime e molto articolate, fin troppo per il genere musicale, ma questa non è sicuramente una nota di demerito, anzi, semmai è un punto in più, comunque non è nulla di sbrodoloso, perché la considerevole consapevolezza di come si scrive un pezzo non è mai esagerata, ma sempre al servizio della musica. Se dovessi consigliare un pezzo in particolare di questo disco, beh, senza dubbio Ansia Pre-Parto, brano dotato di un nervosismo che fa un gran piacere e porta con se un carattere quasi bipolare. Forse l’unica cosa che mi sentirei di consigliare a questi ragazzi è… gridare un po’ di più, le clean vocals funzionano benissimo, ma con una musica così dinamica sarebbe piacevole avere una voce altrettanto incazzata, questo però è solo un mio pensiero che deriva da un mio gusto personale. In ogni caso questi ragazzi spaccano. Fanno qualcosa che al giorno d’oggi, in cui il genere è stato spolpato per bene, loro lo rinnavano e portano qualcosa di fresco.

Ma non sono gli unici, abbiamo i G.M.C. (La Grande Mietitrice di Cervelli), realtà nata dalle ceneri degli Astensione, è band molto più legata a un sound puramente hardcore, ma estremamente rabbioso e disperato, esasperato direi quasi. La band si presenta con una voce femminile fantastica, carica di odio e ci racconta una società malata e tutto ciò che ne consegue. L’anno scorso se ne sono usciti con Oblivious,a1438284919_16la rappresentazione sonora di un flagello fatto di rami di rovi, con spine avvelenate aggiungerei. Ogni pezzo e aggressivo e lancinante, praticamente una goduria continua. Devo dire che la loro proposta è stata abusata in questi ultimi anni, quindi non si può certo dire che brillino in originalità, ma sostanzialmente, al giorno d’oggi sono davvero pochi quei gruppi che risultano davvero originali, sul serio oh, si contano su una mano. Quindi vaffanculo, frega nulla se non sono originali, fa sempre piacere sentire pezzi come Hypnosis e Preda, sopratutto perchè non suonano plastici come la maggiorparte della musica moderna, al contrario, hanno un forte sapore (o puzza? in senso positivo) di sala prove, e questo è decisamente un pregio.

E potrei continuare. Potrei andare avanti a nominare un mucchio di band. Come per esempio i Congegno, Contrasto, gli Inedya, Fennek, Meatball Explosion, Collapse, Un Quarto Morto, Il Disagio, Il Male, Up To Date, Caino, Dick Dastardly, Plakkaggio HC, Gozzilla E Le Tre Bambine Con I Baffi, NoWhiteRag, Tutti I Colori Del Buio, Dotok e via dicendo. Non vado avanti perché potrei citarne a decine, ma veramente a decine. E tutto questo mi porta a pensare che mentre in quel documentario si parlava di una scena ormai morta, in realtà si parlava della loro scena e a posteriori inizio a pensare che dietro a certe dichiarazione c’è una malcelata insinuazione secondo cui il PUNK quello vero lo facevano solo loro, la verità è che loro ormai appartenenti a una fascia che va dai 40 ai 60’anni hanno sempre suonato il solito punk scanzonato, senza spessore e profondità (mi raccomando di capire che mi sto riferendo unicamente alla parte musicale, i testi non sono di mia competenza dato che fosse per me la musica sarebbe solo strumentale), chiuso in quelle quattro pareti che portano a suonare sempre gli stessi riff, gli stessi tempi con i soliti passaggi. Quelli che ho citato poco fa sono band che hanno preso quel punk così “povero” e l’hanno arricchito, infatti nessuno di loro suona la stessa cosa, ognuno ha le sue influenze, che vadano a pescare da black metal, dal grindcore, dal thrash metal, dal crust, ecc ecc… non importa, quello che conta è che questi sono musicisti che quella scena che non esiste più, la stanno facendo sopravvivere, l’hanno rinfrescata con un sound decisamente più evoluto, più consapevole del fatto che quei tre accordi in tutto non bastano a fare un pezzo, anni fa andava bene e funzionava, ma adesso non più, non tanto perché si darebbe l’idea di fare copia e incolla, ma perché si puzzerebbe di vecchio, di stantio. Infatti un disco di cui ho parlato in precedenza, Voja De Lavorà Saltame Addosso dei Monkeys Factory, per l’epoca era veramente tanta roba, quelle quattro pareti le rompeva completamente e guarda caso non arrivò a livelli di notorietà del suo coetaneo Paranoia E Potere, mai. Insomma quello che voglio dire è, la scena è viva, vivissima, ma voi non ne fate più parte, siete rmasti indietro a suonare qualcosa che ha fatto la stessa fine del nu metal. E poi fatemi dire che se lo spirito deve essere questo, allora quando Punkreas, Derozer e compagnia bella iniziavano a prendere piede avrei visto bene i vari Decibel, Gaznevada, Skiantos, Kandeggina Gang, Blue Vomit e Contropotere venirsene fuori dicendo “La scena è morta”. Insomma, mi sono spiegato, no?

Ad ogni modo, questa inizialmente doveva essere una recensione sulle due band di cui ho scritto a metà articolo, ma a un certo punto mi sono reso conto di avere qualcosa ch emi premeva dire, qualcosa che ritenevo importante. Ora l’ho detto e mi sono tolto un peso. Detto ciò vi lascio e alla prossima.

https://gmc-lagrandemietitricedicervelli.bandcamp.com/album/oblivious-2018

http://psychoanalisi.bandcamp.com/album/musica-per-cervelli

The Number Twelve Looks Like You – Wild Gods

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I T.N.T.L.L.Y. sono una band da cui non ci si può aspettare nulla, nel vero senso della frase, non è possibile farsi aspettative quando se ne escono con qualcosa di nuovo, ci si può solo aspettare che tirino fuori dal cilindro un nuovo capolavoro degno di quanto fatto fino a ora. E questa volta hanno veramente lavorato sodo puntando su questa loro caratteristica. La sorpresa è netta. Certo tutti sappiamo a che genere musicale questi ragazzi americani sono dediti, tutti sappiamo quanto schizzato e bipolare può essere il loro Mathcore, nulla a che vedere con illustri colleghi del calibro di Dillinger Esc. Plan o Coalesce, Botch o Converge o ancora Today Is The Day e Locust, questi sono tutti bravi ragazzi che suonano questo, ma si spingono sempre verso territori molto più famigliari al Grindcore. Loro no, loro fanno tutto il possibile per restare nel Mathcore puro, ma inserendo quà e là quel qualcosa che non gli appartiene, però fa sempre la sua bella figura. Diciamolo però, ci hanno abituato fin da quel lontano Put On Your Rosy Red Glasses a sonorità contorte, a momenti di carezze dolcissime per poi passare a bastonate roboanti con mazze chiodate, però questo Wild Gods è veramente la rappresentazione sonora della mente di un pazzo allucinato che di mattina ti offre il caffé e la brioche e alla sera lo devi legare. Perchè questa volta, oltre ai loro soliti inserti di free jazz così deliziosi e sublimi, ci sono anche brevi momenti doom e black, per non parlare di attimi altissimi di melodia che fanno dimenticare di stare ascoltando una band Mathcore.

Wild Gods si apre con Gallery Of Thrills, un pezzo meraviglioso che ci invoglia tantissimo con il suo free jazz d’apertura per poi trasformarsi in qualcosa di allo stesso tempo direttissimo e contorto. Tutto il disco è così, un susseguirsi di melodie sognanti e subdole aggressioni, e l’ascoltatore non può che venire colto continuamente alla sprovvista da una simile repentinità. Potremmo dire che quei momenti di melodia, ad un primo ascolto possono sembrare accomodanti, amichevoli, amorevoli, dei concierge estremamente posati e dotati di un galateo mai visto prima (un po’ come Lance Reddick in John Wick… presente?), ma la verità è che sono capziosi, insomma ti invitano a entrare, ti dicono “Prego, si accomodi, si sta bene quì…”, e subito dopo sei vittima di un linciaggio bello e buono. Ci sono in questo album dei dettagli davvero interessanti, come la terza traccia, Ruin The Smile, il cui intro ci ricorda moltissimo da vicino i vari Fleshgod Apocalypse, Septic Flesh, Dimmu Borgir, Ex Deo, band che hanno fatto della componente sinfonica la loro caratteristica, ma è solo un momento e ci stà benissimo, è proprio incastrato bene. C’è poi Tombo’s Wound, un autentico pezzo di bossa nova di classe, di gran classe, ma in chiave metal, il ché è notevole. Of Fear che è una sorta di elevazione dal piano terreno con la sua atmosfera eterea e paradisiaca. Interspecies invece è un intervallo dal tono notturno (che per qualche motivo mi ha ricordato la parte del videogioco Paper Mario in cui si andava a dialogare con gli spiriti delle stelle… vabbeh… non importa, lasciamo stare) che serve a introdurci alla parte più intenza di tutto il disco, la finale Rise Up Mountain, un concentrato di follia disperata e tristezza omicida, nell’ascolto di questo pezzo non si può fare a meno di immaginare uno di quei tristi clown da circo che in un momento si trasforma in Pennywise e divora tutto e dopo un breve solo di chitarra accompagnato da grida si trasforma ulteriormente in una deflagrazione di epica gloria, ma dura poco perchè prima della fine ci massacra nuovamente e poi tutto finisce nel vuoto. E così si conclude un nuovo capitolo della musica di qualità.

Questo è un disco intelligentissimo, che non può piacere a tutti, bisogna saperlo prendere dal verso giusto per poterne apprezzare non dico ogni singolo particolare, ma perlomeno nel complesso (questo è il motivo per cui ho descritto tutto con delle immagini). Penso che questo disco sia ottimo per iniziare ad ascoltare questa band, per poi andare a ritroso nella loro discografia.

Detto questo vi lascio e alla prossima.

TOOL – “Fear Inoculum” (tredici anni e sentirli tutti)

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Sono un fan accanito della band di Hollywood fin da quando vidi per la prima volta all’età di dieci anni il videoclip di “Stinkfist”. Ho praticamente divorato ogni loro album, imparato a memoria tutti i testi di tutti i pezzi. Posso riprodurre ogni loro singolo brano nella mia mente alla perfezione senza aver bisogno di ascoltarli. Ho imparato una grande quantità di loro pezzi con la chitarra. Visto tutto il materiale live presente su internet, andato a cercare il nome di Adam Jones nei titoli di coda dei film a cui ha dato il suo contributo per gli effetti speciali e scoperto la fonte d’ispirazione per i loro videoclip e ho atteso con grande speranza questo “Fear Inoculum”. I TOOL sappiamo tutti chi sono, non hanno nessun bisogno di presentazioni, per chi non lo sapesse, beh andasse ad ascoltarseli. Ho troppa voglia di esprimere ciò che sento e che provo riguardo l’ultimo lavoro di quella che è praticamente la mia band preferita in assoluto.

“Fear Inoculum” secondo la mia visione è arrivato esattamente come “Hardwired to self destruct” dei Metallica. Un titolo profetico quindi, nel secondo caso beh, si capisce, basta ascoltarlo per capire che Ulrich, Hammeth e soci si stanno effettivamente autodistruggendo, buttando fuori dischi che sono anche belli volendo, ma risentono del nome che c’è stampato sopra, insomma, finchè al mondo esistono Kill ‘em all, Ride the lighting, master of puppets, …and justice for all, qualunque loro lavoro risulterà scadente, per come la vedo io era meglio cambiare nome dopo il quarto lavoro o smettere proprio, qui arriviamo a Fera Inoculum, ed effettivamente la paura che nulla di nuovo sarebbe mai arrivato oppure che quello che avrebbero atteso per più di una decade non sarebbe stato all’altezza del già fatto l’hanno inoculata nelle vene di chi ha riposto speranze. Ma andiamo con ordine, 10.000 days uscì nel lontano 2006 e all’epoca venne ampiamente discusso, chi lo riteneva l’ennesimo loro capolavoro, chi riteneva avesssero “pisciato fuori dal vaso” (io faccio parte dei primi), in ogni caso venne accolto in ogni casa di chi ascoltasse i TOOL. Qui sorgono i primi due problemi: il pubblico che ha iniziato ad evolversi e rendersi conto del suo enorme potere e i TOOL stessi che se ne vengono fuori con lo “scherzo” del disco in arrivo che poi non è mai arrivato, inutile dire che i fan non l’hanno mai mandata giù questa. Passano gli anni e la probabilità di un effettivo nuovo disco si concretizza (ma ne passano ancora molti da che la possibilità muti in tangibilità). Ed ecco che spunta un altro problema: pubblico, internet e mercato s’incontrano e anche se a tutti noi piace il threesome, questi tre non sono affatto buoni compagni di letto, al contrario, ne viene fuori una belva assetata di tutto ciò che può ottenere, arrogante, avida, golosa, ingrata, impaziente e bramosa che non si rende nemmeno conto che i TOOL quando non pubblicano nulla significa che hanno altro da fare e, non sto citando solo i Pushifer e gli A Perfect Circle di Maynard, mi riferisco anche ai Seagulls, gli Zaum, Volto! e decine e decine di collaborazioni, (un po’ come quando la tua ragazza o il tuo ragazzo non ti risponde, non per forza significa che ti sta ignorando, magari sta dormendo, lavorando, mangiando, cacando o quello che vuoi, comunque il senso è lo stesso). Ma torniamo a noi, dicevo che il pubblico si è reso conto del suo potere e ha trovato un’arma di distruzione come internet, con il quale ha praticamente influenzato il mercato sia musicale che cinematografico che letterario in un modo talmente orrendo che ora è lui, il fottuto pubblico a decidere se un disco esce, se un film va rigirato, se un personaggio va riscritto e via dicendo. I TOOL, sinceramente, in tutto questo li vedo come vittime, ma allo stesso tempo come carnefici di loro stessi, dato che se fai venir fame a quella bestia che ho poc’anzi descritto, quella non se ne sta certo alla cuccia ad aspettare, no, spezza la catena, esce da quello che è il suo posto e ti morde, di divora, ti mastica e poi o ti sputa oppure ti digerisce. Infatti internet è stata la pubblica piazza in cui sono stati messi alla gogna i quattro musicisti, insultati, derisi, minacciati di morte (e conoscendo questo pubblico non stento a crederci) e forzati a fare qualcosa che forse avrebbero voluto fare con più calma o addirittura per niente.

Esce Fear Inoculum, la situazione degrada con la velocità di un meteorite che ha già preso fuoco a contatto con l’attrito generato dall’atmosfera. Il disco attira su di sé una valanga di fango (per non dire merda) perché non è come i fan se lo aspettavano… SONO I FOTTUTI TOOL! COSA CAZZO VOLEVATE? UN DISCO DIVERSO DA QUELLO CHE FANNO DI SOLITO (tra un attimo arrivo anche al disco eh)? Questa è una cosa mi fa veramente saltare i nervi, l’abominio di cui ho parlato poco fa deve imparare a godersi quello che ha, perché io ho notato una cosa atroce: in campo musicale si sta dando credito al primo idiota che viene pompato a dismisura solo perché fa figo al momento e magari di musica non se ne può nemmeno parlare e quando qualcuno di valore pubblica qualcosa gli si tira di tutto addosso solo perché non soddisfa le aspettative, esattamente come nel cinema, che quando esce un film originale il 90% del pubblico è “che schifo”, esce un remake e “che palle non fanno più nulla di originale”. ACCONTENTATEVI CAZZO!

Ora, Fear Inoculum è uscito accompagnato da dichiarazioni quali “ci siamo tolti un peso, avevamo troppa pressione addosso” e questo non lo puoi dire caro Maynard, non posso darti ragione, perché te la sei tirata addosso quella pressione dato che hai messo nighiate di pulci nell’orecchio alle persone quindi un po’ di quella merda che ti stanno tirando addosso te la meriti, non tutta eh, ma almeno un po’.

(ora mi calmo)… Comunque, Fear Inoculum, dopo tutto questo, penso sia un disco né più né meno all’altezza dei precedenti. Io capisco che le persone vogliano esprimere tutta la frustrazione dei tredici anni trascorsi e, posso anche capire che ci si possa anche sentire un po’ presi per il culo, ma Fear Inoculum è un gran disco. I TOOL sono una band non più di vent’enni e nonostante ciò hanno evoluto moltissimo il loro sound, basta ascoltare Culling Voices che si porta dietro una carica riflessiva e meditazionale che la stessa Riflection (Lateralus) se la sogna, Pneuma è un brano tesissimo che ascoltato con dovizia fa venire i brividi, ti pone sul ciglio di un baratro e poi ti spinge di sotto martellandoti con una prova di abilità di Carey che è disarmante. La opener Fear Inoculum è un canto divino, è un suono alieno che apre la mente a tutto ciò che sta per arrivare. Ah già, 7empest è la cosa più ossessiva, alienante e ipnotica che i quattro abbiano mai concepito, con sonorità che ascendono qualunque strato esistente sia fisico che astrale. E i brevi intermezzi? Li vogliamo sottovalutare? NO cazzo, Litanie contre la Peur, Legion Inoculant, Chocolate Chip Trip e Mockingbeat sono lì esattamente dove devo essere, poste strategicamente come le pedine degli scacchi e sono proprio loro a distrarti e toglirti l’attenzione da seguente attacco mentale.

In poche parole. Il pubblico ha definito questo disco non all’altezza dei precedenti o delle aspettative, io voglio indicarvi una chiave di lettura alternativa, VOI non siete ancora all’altezza di Fear Inoculum, perché quando si parla di un disco dei TOOL il “va capito e poi lo apprezzi” non è solo una frase fatta senza più valore, è esattamente la realtà. Onestamente non ho ben capito che cosa vi aspettavate, volevate un disco diverso? In quel caso vi sareste lamentati del fatto che i TOOL non sono più i TOOL, invece avete questo, ma siete ormai diventati tutti quelli che io chiamo Spotifyisti, gente che ha tutto subito, in un giorno potete ascoltare tonnellate di musica e un disco vi sa poco, troppo poco, perché vi siete dimenticati di cosa voglia dire ascoltare un disco, ma ascoltarlo davvero. Non lo sapete più fare. Dategli tempo, concedetegli del tempo, smettete di ascoltare qualunque altra cosa e concentratevi su questo, cancellate ogni ricordo dei dischi precedenti e smettete di fare paragoni dato che voi pensate che questo sia peggio, ma la realtà è che ancora da questo disco non è ancora uscita un hit come fu Schism per Lateralus, come fu Stinkfist per AEnima, Sober per Undertow, Hush per Opiate e The Pot per 10.000 Days. Liberate la mente e approndite l’ascolto che merita, rendetevi conto del disegno enorme che questa grande band ha illustrato.

Ho finito, questo è stato più uno sfogo che una recensione, me ne rendo conto, poi i gusti son gusti eh, ma le fette di salame negli occhi non le tollero proprio. Ah e aggiungerei una cosa, che i TOOL non hanno costretto nessuno su questa bicicletta, l’avete voluta voi, l’avete pretesa a gran voce… e adesso pedalate cazzo… e muti pure!

(Sì anche io uso Spotify, ma con criterio)

Fast Animals And Slow Kids + La Rappresentante di Lista @ MAMAMIA

La mia ormai ossessiva ricerca musicale mi ha portato ad uscire dai miei confini e ciò posto sono andato ad assistere ad un concerto di musica che mi rifiuto di chiamare Indie, dato che sono uno stronzo pignolo e quindi dirò brit rock/pop. Le due band in questione, FASK e LRDL sono entrambe realtà che si stanno facendo un nome nel panorama italiano, un nome assolutamente meritato in quanto indubbiamente consapevoli del fatto che un genere musicale come il loro, fino a oggi non è mai stato sfruttato al cento per cento, loro lo fanno. E credetemi se vi dico che al giorno d’oggi è solo la seconda volta che ascolto (la prima è stata con i Pinguini Tattici Nucleari, che mi hanno fatto vivere una pessima esperienza positiva… odio terribilmente quando una band di musicisti davvero capaci non suona qualcosa che esalti al massimo le capacità dei singoli membri) band brit rock fare qualcosa che non sia la copia sputata di quanto già fatto dai vecchi Television, The Jam, The Stranglers, The Clash, The Undertones e tutto il resto dell’allegra combriccola proto-punk pre Ramones/Sex Pistols.

Il concerto è stato aperto dai LRDL, che hanno dato vita a uno spattacolo meraviglioso, fatto di nebbia, luci e colori, l’energia positiva permeava l’aria in modo quasi tangibile, fenomeno reso concreto non solo dalla band, ma anche dal pubblico e, devo dire che poche volte ho assistito a una tale… “sottilità”(?) tra band e pubblico, pareva un unico essere (ai concerti della musica che ascolto io maggiormente si percepisce un forte divario tra le due entità, in cui uno è quasi divino mentre l’altro è l’adepto) e questo è un aspetto da non sottovalutare assolutamente. Considerando che il concerto è stata la prima volta che li ascoltavo (li avevo già sentiti in precedenza ma senza attenzione quindi non conta) sono rimasto positivamente stupito dalla performance. I musicisti sanno il fatto loro e alcuni suonano più di uno strumento, però non approssimativamente come spesso accade, al contrario, ogni strumento viene usato e suonato con una notevole consapevolezza di esso. I brani, da quel che ho potuto notare, nonostante una composizione classica risultano vari e colorati. La performance è stata di altissimi livelli, un tiro impressionante e un muro sonoro inespugnabile… e nonostante ciò (e su questo metto avanti le mani in quanto pensiero interamente mio), li ho trovati innocui, inoffensivi sul versante compositivo, ma questo è solo un difetto mio, dato che quando la ricerca musicale diventa parte integrante della vita di una persona, spesso si arriva a conoscere tanta musica, troppa musica, musica strana, indefinibile, partorita da menti di una genialità assoluta, ecco quando la situazione è questa, band come i LRDL li si percepisce come gradevoli sicuramente, di grandissima qualità senza dubbio, musicisti notevoli e impressionanti, ma che non colpiscono, non toccano QUEL nervo, non toccano QUEL sensore che ti fa rizzare i peli per l’assurdità di ciò che hai appena udito.

Seconda e ultima band sono stati i FASK. Questi li ho graditi un po’ di più, vuoi per i suoni leggermente più aggressivi, vuoi per un aura più malinconica che trasuda la loro proposta, ma li ho apprezzati più nel complesso che come musicisti singolarmente. Nei brani non si percepiscono sprazzi di tecnicismo di qualsivoglia tipo, però ogni brano ha quel qualcosa, che può essere un breve fraseggio, un attacco particolare o una dissonanza che fa drizzare le orecchiere ed esclamare “Oh!… interessante…”. Sicuramente c’era una dose massiccia in più di grinta nella performance a differenza della band che li ha preceduti, una grinta quasi punk. Infatti si può cogliere molto facilmente nel loro sound una chiara ispirazione al punk degli anni ’80 (tra l’altro il cantante stesso ha dichiarato di essere fan dei Bad Religion perciò… in un certo qual modo mi ha portato dalla loro parte). Non fraintendetemi, entrambe le esibizioni sono state un tripudio di sensazioni e potenza, ma in due modi diversi, i primi erano quasi teatrali, i secondi erano un bestia rabbiosa che ti prende a pugni. La musica dei FASK, almeno per come l’ho percepita io, pare uno strano connubio tra U2, Foo Fighters e qualunque band post-rock (o shoegaze se preferite), il tutto sbattuto in faccia a chi ascolta a suon di calci in bocca.

Devo dire che il concerto non è stato breve, al contrario, si è prolungato parecchio, ma non è stato affatto pesante, anzi. Ammetto anche che mi è piaciuto, tutto considerato, poi che io abbia le mie seghe mentali sulla musica sperimentale o meno è un altro discorso, il concerto è stato oggettivamente spettacolare, inattaccabile su tutti i fronti.

… solo c’è una breve considerazione che vorrei fare e che vorrei arrivasse direttamente alle due band a cui ho assistito ieri, a costo di inimicarmi ogni singolo membro, a costo di passare da arrogante (quale non sono). Oggi ho ascoltato con attenzione diverso materiale delle due band e devo dire che sono molto contento di averle ascoltate dal vivo per la prima volta anzichè da studio, perchè da studio (a questo punto devo pensare che sia una prerogativa del genere musicale in questione), la musica risulta piatta e senza profondità. E questo è pessimo perché non è accettabile che band che fanno musica buona, che fanno musica bella e anche interessante (se vogliamo) siano godibili unicamente dal vivo mentre da studio sono la rappresentazione sonora di un muro grigio. Non va bene assolutamente. Rendete i vostri dischi più profondi per favore, più tridimensionali. Perché è meglio poter godere di una buona band in entrambe le sedi, sia dal vivo che a casa in tranquillità.

Detto questo vi saluto e alla prossima

CLEARxCUT – “For the Wild at Heart Kept in Cages”

ClearXcut im Waldmeister, SolingenI CLEARxCUT, dalla Germania, quando li ho scoperti (solo da poche settimane), la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: “Caspita! sti ragazzotti sono bravi, sembrano saper fare benissimo quello che fanno, mi chiedo se abbiano mai fatto qualcosa in precedenza”, sulle prime nulla a parte un demo di circa undici minuti, poi ho scoperto che questa band è formata da membri degli Heaven Shall Burn, King Apathy e Implore e, allora tutto si spiega.

La band si cimenta in uno stile di hardcore già sperimentato da altre band quali i More Than Life e Dead Swans, ma a differenza loro, alla voce abbiamo una ragazza che fa sentire forte e chiaro la sua voce, ma sopratutto nella musica dei CLEARxCUT si notano le influenze dei vari membri, infatti sono evidenti gli sprazzi post-black metal e il metalcore, dettagli che arricchiscono grandemente la proposta del combo germanico. Il sound è compatto e solido, un muro di suono davvero duro che permea ogni spazio vuoto dell’apparato uditivo dell’ascoltatore, cosa non da poco.

Il sestetto affronta tematiche importanti che sembrano essersi perse negli ultimi tempi, sia nella musica che nella vita quali l’ambiente, lo schiavismo sia animale che umano, la libertà e l’equalità, argomenti tipici delle band straight edge. Come dicono loro stessi: “il pop odierno in cui si parla di sbronzarsi sulle spiagge sta diventando la colonna sonora della fine del mondo, noi sentiamo la necessità di esprimere il nostro parere su fatti decisamente più pressanti”.

Qualche parola sul loro primo disco, uscito proprio quest’anno. “For the Wild…” è un disco davvero consistente. Duro e aggressivo, ma anche melodico, con una forte personalità tendente alla tristezza e alla rabbia, un sound sempre equilibrato senza alcun picco di bassi e acuti, che dona al risultato finale un prodotto che può essere ascoltato da qualunque orecchio anche a volumi estremi in quanto sì aggressivo, ma mai violento. La caratteristica di questo album è che non ci sono momenti che spiccano sul resto, è tutto sullo stesso piano, tutto il disco è un altissimo apice di buona musica, gli autori sono ben consapevoli di come deve essere fatta la musica di qualità e danno frutto a tutta la loro esperienza per creare qualcosa di enorme valore. Se dovessi citare qualche pezzo del disco di particolare nota, sicuramente “Disgust” e “Collapse” che si portano dietro una grande carica di rabbia e forza.

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Detto questo non posso far altro che invitarvi all’ascolto istantaneo di questa grande band e spero ardentemente che continuino a creare tanta altra musica, per il bene di noi appassionati.

Un saluto e alla prossima.

Monkeys Factory – Voja De Lavorà Saltame Addosso

Monkeys Factory - Voja De Lavora' Saltame Addosso! (front)

Partiamo da almeno una dozzina di anni fa, quando un giorno, mio fratello tornò a casa con una copia masterizzata di questo disco. All’epoca ascoltavo punk, il metal l’avevo già scoperto con i Pantera, ma non ero così informato/attrezzato per potermi dedicare interamente al genere, però per il punk sì, dato che ancora usciva lo storico speciale punk della rivista Rock Sound che aveva sempre allegato un sampler con tutte le uscite del periodo. Mi piacevano i vari Ska-P, i The Spits, Human Tanga, Evolution So Far, Spleen Flipper e via dicendo… ma quando ascoltai questo disco sconosciuto fu amore a primo ascolto. Non ne capivo molto di musica quella volta, mi piaceva, ma non la ascoltavo, quindi era tutto un gioco di sensazioni (non so se mi spiego). Col tempo, quella copia masterizzata scomparve e io me ne dimenticai. In questi giorni però Internet mi è venuto in aiuto, me lo ha fatto ritrovare (Internet è molto più utile alla vita delle persone di quanto si possa pensare). Ho dovuto aspettare almeno un paio di ore per riascoltarlo, non perché dubitassi di come fosse invecchiato nella mia memoria questo disco, ma perché sapevo di star per riascoltare una gemma di cui ero stato innamorato perdutamente. Una volta pronto ho iniziato ad ascoltarlo ed è stato come se lo stessi ascoltando per la prima volta (questo è successo una settimana fa, ancora adesso lo sto ascoltando almeno quattro volte al giorno).

Il genere è fondamentalmente un puro punk all’italiana, ma influenzato dall’hardcore e spesso dallo ska. Cantato interamente in italiano a parte un paio di pezzi che sono in dialetto capitolino. Uno dei punti forti di questo disco è la rabbia, c’è tanta rabbia nei testi. Sopratutto in pezzi come “29 luglio 1900” (tratta il fatto storico riguardante l’omicidio di Umberto I da parte di Gaetano Bresci), “Soltanto un’altra”, “Credere per non Pensare” e “Il Lato Sbagliato”. Abbiamo anche momenti molto divertenti come “Voja de lavorà”, “Marco fa il Tubaro”, “Politicanti” e “Caramba Song”. Tutti questi pezzi si potrebbe pensare, essendo punk, siano composti da soluzioni molto semplici e invece assolutamente no, sono fatti di riff di chitarra molto complessi per essere punk, linee di basso estremamente articolate e una batteria che pesta fortissimo. In “Credere per non Pensare” abbiamo anche una tromba per dare un carattere quasi western al pezzo. L’unico punto che lascia un po’ di amaro in bocca (ma totalmente trascurabile) è la chiarezza della voce che a volte ha delle mancanze e non fa capire benissimo le parole, colpa di una produzione molto artigianale. Che per quanto riguarda me, questo non può che essere un segno di passione e dedizione alla forma d’arte che si realizza. Perché non importa se il sound è grezzo quando la musica è bellissima. E lo è. Dopo aver ascoltato musica su musica io posso tranquillamente affermare che “Voja de lavorà saltame addosso” è uno dei migliori dischi italiani mai pubblicato e uno dei miei preferiti in assoluto.

Potrei dire in mille modi come questo disco sia meraviglioso, ma è meglio che ve lo ascoltatiate. E quindi prego. Alla prossima!

Voja de lavorà saltame addosso: http://www.youtube.com/watch?v=q5CetWyIacc&list=OLAK5uy_l0RU8zzKrj_EhYwZgokXmXfXDD-PlWGj4